Infinite Jest, un libro che sussurra un male disperato

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Alla fine, c’è la fine. Persino Infinite Jest, dopo un po’, finisce.
Avevo promesso a me stessa di scrivere una recensione, al termine di quello che è ritenuto il capolavoro di David Foster Wallace. Una recensione classica: trama, opinioni personali, passaggi significativi. Volevo mettere in ordine le tante frasi che mi hanno devastata, le mie riflessioni, la mia vita di quasi due mesi assieme a questo libro, questo teatro di personaggi e volti e parole e periodi interminabili e magnifici. Ho preso appunti, ho scritto bozze. Insomma, ci ho provato. Ci ho provato davvero. Ma ho capito che è impossibile dire che cos’è Infinite Jest. Di che cosa parla Infinite Jest. È riduttivo.

La verità è che posso soltanto dirvi che cos’è stato per me. E ve lo dirò.
È stato il mostro nel buio nella nostra camera di bambini che attende noi e soltanto noi, col suo ghigno oscuro. Il voler parlare e non trovare le parole, non essere capiti da nessuno mentre nella testa tutto è razionale e ordinato come nella realtà non è e non sarà mai. La vita che è un colloquio d’ammissione senza fine, e si è sempre lì a spiegare, a presentarsi, a tentare di fare bella figura, fino a quando non manca l’aria. Lo stendersi a terra per la paura, prima o poi, di cadere. Il sogno ricorrente di linee confuse su un campo da tennis, in cui non si vede l’avversario e si gioca contro se stessi. Il senso del tennis che è proprio quello: l’allenamento suicida nel superare senza sosta il proprio io fino ad autodistruggersi perché non è possibile vivere superando il proprio io – e superarlo vuol dire morire. Gli storpi e gli ubriachi che sembrano Cristi disossati, trascinati, in ginocchio e con gli occhi rivolti al cielo. La bellezza che è così perfetta che diviene deformità. Gli attacchi di panico che ho sentito come se li avessi vissuti io, buttata sul pavimento a pensare al numero di volte in cui ancora dovrò respirare o mangiare o andare in bagno o fare tutte quelle ripetitive operazioni quotidiane che potrebbero riempire stanze e stanze negli anni della mia vita. La dipendenza brutale e senza fine. I gruppi di recupero. I gruppi di ragazzi all’università. La perdita di motivazione di scopo di obiettivi di valori. La tristezza impossibile da fuggire che è un buco nero, una macchia nel cervello, una bolla nella testa che si gonfia e si espande e si agita. L’umorismo doloroso in ogni personaggio, nella velata Joelle, in Gately dalla testa quadrata, nel fragile Hal, nei film di Lui in Persona, James Incandenza, padre di famiglia morto suicida, regista di film strani ed estetici e visionari simili a quelli di Lynch, tra cui un film di nome “Infinite Jest” – scherzo infinito – che se uno lo guarda non può fare altro, mai più, se non guardarlo e guardarlo fino alla sua morte. Il piacere che porta all’annientamento.

La letteratura che non è altro che un tentativo impossibile di stabilire un contatto tra esseri umani.
L’improvvisa rivelazione che il dolore va affrontato un secondo alla volta, e soltanto così, forse, è possibile sopravvivere.
Soltanto così.

Wallace aveva paura che il suo libro venisse preso per inutilmente lungo e complesso, per uno sfoggio inutile di bravura e pienezza di sé.
In realtà ha scritto un libro assurdo e caleidoscopico, vero, che parla in modo diverso a ogni lettore, che è un’esperienza e un gioco doloroso, che contiene più di quanto un libro dovrebbe e potrebbe contenere. Che sussurra un male disperato. Una speranza fortissima.

 

David Foster Wallace
Infinite Jest
2006
Stile libero Big
pp. 1282
€ 28,00
ISBN 9788806178727

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