Il sindaco del Rione Sanità e la regia politica di Martone

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Il senso de Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone, alla prima regia eduardiana, è politico. Il nucleo portante dello spettacolo è costituito, infatti, dagli attori del NEST che, da più di dieci anni, operano attivamente su un territorio a rischio.

Francesco Di Leva è Antonio Barracano, figura del Rione Sanità che utilizza il suo carisma per dirimere controversie spinose con il suo senso di giustizia, aiutato dall’amico medico Fabio Della Ragione. A Barracano si rivolge Rafiluccio Santaniello, che racconta di voler uccidere il padre perché l’ha cacciato di casa costringendolo a vivere di stenti con la fidanzata Rita, incinta di sette mesi. Il sindaco convoca Arturo Santaniello che, giustamente, non vede di buon occhio l’intromissione di un estraneo negli affari della sua famiglia. Barracano insiste, si reca nel suo negozio per parlargli ma Santaniello, impaurito, lo ferisce a morte.

Non vorrei andare oltre nella trama e non vorrei speculare sul controverso finale che vede protagonista Fabio Della Ragione ma, piuttosto, sarebbe opportuno concentrarsi su quest’allestimento, a partire dall’essenziale scenografia di Carmine Guarino, per parlare dell’operazione compiuta da Martone.

La scena è esattamente il contrario dello stanzone luminoso dall’ampia vetrata, come voluto da Eduardo. Nel “Sindaco” di Martone ci sono neon da sottoscala, un tavolone centrale che funge anche da lettino, un divano, un balconcino sulla sinistra del palco, una poltroncina e alcune sedie. L’ambiente è angusto, tetro, si respira violenza e illegalità e si avverte una forte mancanza di ossigeno. Si passa, poi, dalla naturalezza espressiva di Eduardo, con i suoi silenzi, i toni sommessi, forse simbolo di un’altra epoca, ad una caratterizzazione crudele, attuale, neorealista. Il Barracano interpretato da Di Leva è giovanissimo, cammina scalzo, ha una tuta col cappuccio, vive da recluso come un boss e si tiene in allenamento. Anche i suoi sodali sono giovani, vestono allo stesso modo e hanno le stesse movenze. Ragion per cui, lo spettatore è portato a credere che Martone fa riferimento alle cronache di oggi e, quindi, alle nuove espressioni camorristiche che vede protagonisti boss ragazzini. E tante cose del testo sono attualizzate per rendere realistico l’allestimento. Eppure, nonostante ciò, le parole di Barracano appartengono ad un altro codice espressivo, ad un’altra generazione e, soprattutto, ad un uomo che ha superato la settantina. Un cortocircuito che, purtroppo, invalida gran parte dell’allestimento.

Non solo, c’è un nodo problematico anche relativamente al senso ultimo del “Sindaco” di Eduardo, incentrato sul senso di giustizia in una zona dove lo Stato è lontano e assente. Per raccontare questa realtà, Eduardo non rappresenta, in modo neorealistico, scene di malavita e, soprattutto, non si collega esclusivamente alla realtà napoletana. Quest’idea, necessaria per Eduardo e alla base de “Il sindaco del Rione Sanità”, viene completamente ribaltata da Martone che, all’opposto, mostra simbolicamente i camorristi napoletani di quarta generazione, col corpo ricoperto di tatuaggi e taglio di capelli alla moda, che sparano per futili motivi.

In un paragrafo di “Eduardo” di Nicola De Blasi, edito dalla Salerno Editrice, nel capitolo dedicato al “Sindaco del Rione Sanità”, si pone l’accento su un aspetto precipuo, nel teatro eduardiano, del difficile rapporto tra figli e padri assenti. Nel “Sindaco”, precisa l’autore, il padre che manca sono le istituzioni, “cronicamente lontane, sostituite da Barracano”. In un certo senso, costui si pone come figura morale, a fare da argine ad un mondo pieno di vendette e sopraffazioni. Il Barracano di Martone, invece, è già infettato dal virus della nuova camorra, dalle sue nuove estetiche, e ha già tradito i suoi padri. Una malavita strettamente connessa alle estetiche tardo-capitalistiche (lo smartphone dimenticato in macchina sostituisce le uova delle galline), intrecciata a porzioni importanti del sistema produttivo ed economico in cui, probabilmente, nemmeno è più importante quella “figura paterna” ipotizzata da De Blasi perché assume una diversa prospettiva, di comunità, in cui è prevalente la componente anarchica.

Visto al Teatro Bellini di Napoli il 6 marzo 2018

 

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