Il Silmarillion, l’opera universale di J.R.R. Tolkien


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La prima cosa che viene in mente dopo aver girato l’ultima pagina è: Come ha potuto un uomo solo concepire tutto questo?

Il Silmarillion di J. R. R. Tolkien, pubblicato nel 1977, dopo la scomparsa dell’autore, più che un romanzo è un’epica a cui lavorò per tutta la vita, che ha ben poco da invidiare ai grandi classici del genere. È mito, guerra, favola, amore, odio, morte, luce, oscurità. Il lessico è arcaico, primitivo, come venisse da lontano.

È una storia che dura millenni, per ben Tre Ere.

Dal primo capitolo ci si rende conto che non si tratta di un libro qualsiasi. La Creazione – ecco – non come visione, ma come musica. La musica che crea il mondo. Raramente ci s’imbatterà in immagine più poetica.

Del resto Tolkien ha uno stile per certi versi più simili alla poesia che alla prosa, con le sue metafore, le sue melodie da linguista e filologo, la sua ricerca del giusto ritmo. È una lunga canzone che ci accompagna dall’inizio alla fine. Non si può far altro che ascoltarla.

E nel frattempo schiere di uomini, cuori di fiamma, la bellezza della vita ai suoi primi timidi raggi di sole, e l’ineluttabile corsa verso il baratro. Immagini, sparse ovunque, chiare come dipinti ad olio.

Si sente spesso parlare di Tolkien come autore fantasy come se questo lo rendesse, pur essendo ormai un classico, meno valido (problema che, purtroppo, il fantasy non ha ancora, in generale, del tutto risolto, sempre trattato come letteratura di serie B, spesso confuso con i vari young adult e prodotti simili). Tolkien è un genio di rara sensibilità di un passato non troppo remoto, che sembra però venire a noi dall’alba dei tempi. Uno studioso, uno scrittore sublime. Un linguista che è riuscito a creare un idioma da zero, grammaticalmente perfetto. Ed è grande proprio perché non ha definizione.

Tutto ciò che ha creato si trova qui.

Tutte le opere ambientate nella Terra di Mezzo, Il signore degli Anelli, Lo Hobbit. Lo scrittore non a caso considerava Il Silmarillion la più importante delle sue creature. Non ne vide mai la pubblicazione (il libro venne inizialmente rifiutato dall’editore: era troppo distante dagli altri lavori, a sua detta un semplice contenitore di idee non sviluppate), ma ci lavorò da quando iniziò a scrivere fino alla sua morte.

Tuttavia, non lo completò mai.

Perché Il Silmarillion non può essere completo (sarebbe quasi una contraddizione interna): sempre la mitologia della Terra di Mezzo andrà avanti, camminerà con le sue gambe srotolandosi in rivoli di storie e leggende. Sopravvivendo al suo autore.

“Tra i resoconti di dolore e rovina che ci sono giunti dalle tenebre di quei giorni, ve ne sono però alcuni in cui il pianto s’accompagna alla gioia e, all’ombra della morte, luce imperitura.”

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