Il servo, il sottile confine tra dominazione e liberazione

Il Servo

Il servo, per la regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi, è andato in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli il 13, 14 e 15 luglio 2016 segnando l’avvio alla conclusione del Napoli Teatro Festival, un’edizione, nel caso specifico ancora di più, calda e controversa.

La pièce  prende le mosse dall’omonimo romanzo breve di Robin Maugham pubblicato nel 1948, definito allora un piccolo capolavoro di abiezione, e al successivo adattamento cinematografico del 1963 di Joseph Losey su sceneggiatura di Harold Pinter, che ne ha consacrato il successo di pubblico.

Il servo è un dramma dai contorni ambigui e dal sapore noir, ma è anche un saggio sui rapporti di classe e sul rovesciamento degli stessi. È la rappresentazione della borghesia, palesemente vanesia e barocca, nel primordiale impeto di enunciazione del proprio status salvo voi perire sotto le macerie nell’incontro tra due corpi pervasi dalla reciproca crudeltà e curiosità.

La scena è l’interno di un appartamento, scarno e con forti chiaroscuri. Un divano troneggiato da una grande vetrata avvolge l’esterna nebbia londinese. Un tavolino da bar e pochi altri oggetti a corredo. Attorno a questo nucleo essenziale ruoterà il giro di vite della rappresentazione con l’introduzione in scena dei vari ambienti domestici: la camera da letto, la cucina, la stanza nel seminterrato. Questo nucleo forte è una campana di vetro per Tony Williams (Andrea Renzi), ricco ereditiere appena rientrato dall’Africa, pigro, incline all’alcol e ai bagordi, meno incline al lavoro. Ad attenderlo l’amico Richard Merton (Tony Laudadio) e Sally Grant (Emila Scarpati Fanetti), fidanzata/amica di lunga data. Sarà Richard a cercare per lui un valletto, anzi un servitore, Les Barrett (Lino Musella), affinché si prenda cura, con pedissequa devozione, della casa, Tony compreso.

L’incontro tra Tony e Barnett dà inizio ad una danza mortale, una lotta alla reciproca subordinazione alla volta dell’appropriazione dell’altrui mondo: la devozione stremata di Barnett, servo sottomesso che allaccia le scarpe al padrone, il cui servilismo mira a conquistare terreno nel mondo di Tony, la cui curiosità verso il basso, in bilico tra tensione sessuale e desiderio di sconfinare, è latente ma al tempo stesso primordiale.  L’appetito di conquista del mondo altro viene spinto, per dirla con Hegel, non dal desiderio di soppressione ma di pura sottomissione, alla luce della propria personale realizzazione. Questa visione consapevole tra sé e il mondo, però, ha effetti devastanti: il rapporto servo-padrone diventa un rapporto di reciproca e costante dipendenza, dove la continuità della vita dell’uno è garantita unicamente dalla presenza dell’altro, e viceversa. Due mondi tra loro imperfetti che trovano la reciproca perfezione unicamente nella condivisione degli spazi e del tempo.

La casa, sfondo dell’azione, diventa al contempo momento del vivere: la transizione da mero ambiente domestico ad emblema del vivere si compie presto. Tony, svogliato ed annoiato, non lesinerà ad affidarsi completamente alle mani sapienti di Barnett, al punto di non sentire più interesse per tutto quello che c’è fuori, amici e fidanzata compresi. E sarà lo stesso Barnett a sopperire a tali carenze per il suo padrone/sottomesso: l’introduzione in casa di un’ambigua figura, doppio recitativo ma anche doppio esistenziale di Vera/Mabel (Maria Laila Fernandez), nipote-amica-fidanzata-amante, sessualmente libera e, in estrema e talvolta noiosa enfasi del ruolo, perennemente in punta di piedi, divide il suo tempo, e le sue voglie, tra uno pseudo padrone e uno pseudo servo all’interno di un triangolo sessuale-esistenziale dove i tre, messe da parte le maschere, trovano libertà d’azione.

Questa tensione latente, a tratti irrisolta perché rimandata alla personale interpretazione, è acuita dalla struttura dei dialoghi che, seppur scarni e lineari, asservono la funzione di delineare il progressivo distaccamento del servo Barnett dalle mansioni e dalle cose, dalle quali è ormai indipendente, e la progressiva perdita di riferimento da parte di Tony che nell’ecatombe finale non ha più un polo, dialettico e fisico, per il confronto e la conferma identitaria. Questo gioco di ruoli è saldamente tenuto assieme dagli attori in scena: Andrea Renzi, perfettamente a suo agio nel ruolo di giovane libero e poco avvezzo alle seccature e Lino Musella, composto, mai sopra le righe, un tono di voce in grado di scatenare rabbia, oppressione ma anche la più forte attrazione, si compensano con la loro presenza fisica. Sono un incastro quasi perfetto, verbale e fisico. Un incastro feroce votato all’annientamento del singolo, che privo di riferimenti, è ormai allo sbaraglio e richiuso in un piccolo e comodo mondo, reso evidente dalla battuta finale che Tony rivolge a suo amico Richard: Non ricordo nulla.. Anche tu dimenticalo.. e dimenticami.

La macchina scenica messa in piedi da Pierpaolo Sepe, seppur nel rispetto di un impianto classico, ha il pregio di indagare nelle pieghe della relazione tra i due protagonisti alternando toni forti e una sottile chiave ironica volta ad alleggerire l’atmosfera cupa del salotto londinese. L’abbrutimento dei due, nelle oltre due ore di spettacolo, diviene poco alla volta familiare destando un’accesa curiosità per l’epilogo finale che, in un gioco di voci e di suoni, tra l’altro di accompagnamento per l’intera rappresentazione, lasceranno lo spettatore preda di argute riflessioni circa la condizione di vincitori e vinti: si è sempre da una sola parte? 

 

 

 

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