Il seme della tempesta, la trilogia dei giuramenti di Teatro Valdoca

Platea coperta da un telo bianco. Due musicisti si posizionano nello spazio vuoto tra proscenio e platea ricavando il loro personalissimo golfo mistico. Un piatto è suonato con l’archetto, un continuo scratch vinilico, una sorta di formicolio sonoro riempie la sala. Un uomo, al centro della scena, sul palco, si muove molto lentamente su dei trampoli. Comincia così il primo atto della trilogia de Il seme della tempesta: “non ancora, eppure già”, questo il titolo, offre una serie di immagini, in presa diretta, proiettate su due cornici poste ai lati della scena che antecedono il linguaggio. Volti, occhi, capelli di donna, geometrie anamorfiche, ritratti, maschere umorali. Solo il suono può evocare la stessa forza vitale, pulsante all’interno di un processo differenziativo ed integrativo.

Nel Discorso ai vivi e ai morti Mariangela Gualtieri è posta su un altarino, davanti ad un microfono, da un coro, per lasciare ai posteri parole testamentarie, magici congegni che sostengono gli uomini “in questa traversata dura”. “La terra reclama un lascito, una resa”, accenna con una solennità arcaica, ma “sono terra anche io, forse siamo noi il punto in cui la terra sperimenta il pensiero”.

Nella terza e ultima parte, Giuramenti, la liturgia del teatro, del rito, è un tempo in cui vengono officiati dei giuramenti. Un gruppo di attori, a cui si sono uniti in quest’occasione performer formati durante le settimane precedenti alla prima, hanno convissuto e sperimentato sulla propria pelle le parole di Mariangela Gualtieri divenendo, così, una comunità teatrale sostenuta, naturalmente, da un patto, un giuramento. Corrono in cerchio, come in una danza matissiana, camminano, suonano campanacci, cantano all’unisono. Sono in trentadue e invadono letteralmente palco e platea con ritmo e un prepotente istinto. Sono ragazzi e ragazze con il loro disagio del presente e la volontà di voler riscrivere il mondo.

Sebbene ci siano momenti molto potenti, Il seme della tempesta pecca di provvisorietà apparendo, in tal senso, davvero sfilacciato. Non bastano l’energia danzata, le invenzioni e le tecniche messe a punto da Cesare Ronconi e la volontà di dare spazio ad un esercito di giovani performer con i loro mondi. E, soprattutto, non bastano le parole di Mariangela Gualtieri che, forse, per la prima volta, appaiono addirittura banali e imbarazzanti come nel caso del verso che dice “Ciò che abbiamo amato, ciò che amo, fa di noi quello che siamo. Ciò che tu sai amare è la tua eredità”.

La parola stessa, quindi, ad un certo punto viene svuotata di ogni significato e significante perché, semplicemente, non è più. Arriva in aiuto, però, una frase che recita così: “Chi è senza silenzio non trova le parole”. Purtroppo, però, nemmeno il silenzio dello spettatore, mai così educato a teatro nella replica del sabato, come non capitava da anni, gli concede l’opportunità di trovarle.

Piatte e innocue le luci, l’elemento visivo, troppo spesso, è debole e, purtroppo, si ha la sensazione, alla fine, di uno spreco di energie che, altrove, avrebbe portato a ben altri risultati.

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