Il pinocchio artigianale di Joel Pommerat

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Il Pinocchio di Joel Pommerat approda al Napoli Teatro Festival e resta in scena al Teatro Mercadante fino al 26 giugno. La compagnia Louis-Brouillard, fondata da lui nel 1990, sei anni fa ha reinventato la favola di Collodi per affrontare l’adolescenza, il rapporto genitore-figlio e il tema della povertà. Sono anche domande che Pommerat pone ai bambini stimolando il loro immaginario.


 

di Francesco Bove

Pommerat non affronta una regia in senso canonico ma lavora ad un’idea di testo con la sua compagnia scrivendolo, poi, in scena con gli attori e le maestranze. Questa bozza, infine, è riscritta da lui, in senso autoriale, tenendo conto di tutte le variabili appurate durante la messa in scena (dallo spazio ai dialoghi venuti fuori durante le sessioni d’improvvisazione). Un progetto di ricerca, ormai, collaudato, accessibile al pubblico, ma, soprattutto, una modalità di gestione cooperativa dell’esperienza artistica oggi, più che mai, attuale.

Pinocchio non è, quindi, solo un lavoro sul testo collodiano, da alcuni frainteso, ma sull’attore che improvvisa sui temi della favola. La fedeltà al testo serve a far uscire fuori i caratteri dei singoli personaggi – nessuno ha un nome riconducibile al Pinocchio di Collodi tranne lo stesso Pinocchio – durante l’improvvisazione per approdare alla versione finale del testo, compito esclusivo di Joel Pommerat. Il suo Pinocchio, dunque, ricrea il reale senza perdere di vista le tracce dettate dal testo. Il burattino appare crudele, sgradevole, dominato da emozioni confuse, e la sua storia è narrata da un presentatore che si rivolge spesso al pubblico ponendo interrogativi. L’atmosfera è cupa, scura, incerta, molto vicina ai nostri giorni. L’espressività di Pinocchio è vicina a quella di un ragazzo delle banlieue ma è colloquiale come quella voluta da Collodi. Infine, il lavoro di Pommerat si può definire “artigianale” e sfrutta l’universo onirico felliniano per creare manichini, maschere di animali, marionette clownesche di ottima fattura che spostano, di continuo, il livello narrativo dal reale al fantastico.


di Nicla Abate

In un’atmosfera in cui onirico e realtà si cullano e si avvicendano per l’intera durata dello spettacolo fino a diventare luogo di interrogazione del reale e del quotidiano, la pièce di Pommerat perde il carattere unicamente fiabesco della storia e apre uno spiraglio agli infiniti mondi possibili delle concrete interrogazioni. Padre e figlio in scena non sono solo il quadro ideale di una rapporto pensato unicamente per un pubblico di piccoli ascoltatori ma sono tangibilmente reali. Reali sono le urla di questo figlio adolescente carico di rabbia nei confronti del mondo, reale è il ripiegarsi su se stesso di un padre colmo d’amore e per nulla apprezzato. Reale è il rifiuto della condizione di povero intesa come incapacità di poter conquistare il superfluo. Reale è il disprezzo nei confronti di una vita poco generosa nei confronti di coloro che nulla hanno fatto per meritarne una diversa.

L’asse temporale del piano narrativo è dunque spostato in avanti. Pinocchio è un adolescente in piena tempesta interiore. È saccente, pauroso, svogliato, tenero. Ha difficoltà ad accettarsi e ad accettare gli altri. Ma è animato da buone intenzioni, che a volte bastano e a volte no. E con la stessa intensità scenica, introdotta sapientemente da un niveo quanto oscuro narratore che rivolgendosi direttamente al pubblico lo rende parte in causa della narrazione, assistiamo alla deflagrazione dell’animo, senza dimenticare però il lieto fine.

Il lavoro di rivisitazione di Pommerat con forza rende evidente uno degli aspetti chiave del teatro: la condivisione congiunta dello spazio scenico dove ognuno è in grado di vedere i propri fantasmi, e quindi con se stesso, le proprie paure e speranze. La catarsi dell’anima che in fondo è la grande magia di questo mondo.

 

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