Il Nullafacente, vivere per non agire

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Chi di noi è ancora incapace di vedere se stesso, quando posseduto da quel Dio trasporta la sua visione ad oggetto visibile, porta fuori anche se stesso e guarda un’immagine abbellita di sé; ma abbandonata quell’immagine, benché bella, e giunto ad un’unità con se stesso, senza nessuna più distinzione, diviene allora uno e tutto ad un tempo, insieme a quel Dio che è presente in silenzio; e resta con lui per quanto può o vuole. Plotino – Enneadi, p.267 11 (Utet)

 

Michele Santeramo, uno dei più grandi drammaturghi italiani della nuova generazione, interpreta il Nullafacente, una persona che nega ogni regola o atteggiamento convenzionale, un uomo che non fa niente. Sua moglie, una bravissima Silvia Pasello, ha un male incurabile e, come il marito, ha deciso di fermare il tempo non facendo nulla. Abitano una casa povera di arredi: ci sono solo un tavolo con su un bonsai, una poltrona e qualche sedia. Entrambi rifiutano di fare qualcosa per guadagnare tempo sulla morte. Si cibano di avanzi di frutta e verdura, che il Nullafacente raccoglie al mercato tra gli scarti. Non conosciamo nulla di queste due persone se non che c’è un mondo attorno a loro, con le sue regole, che vorrebbe costringerli a cambiare il loro meccanismo di vita. Non producono, non consumano, quindi non sono.

 

La scena teatrale è concepita come luogo tragico e comico allo stesso tempo. Il Nullafacente cura tutti i giorni un bonsai, ne misura i rami ma non si preoccupa della malattia della moglie, che l’indebolisce. In realtà, non vuole sentire il suo dolore e non vuole manifestare amore, l’ironia e il cinismo sono i suoi mezzi per allontanare la necessità di doversi identificare con un sentimento. Lui e la moglie non compiono attività tese ad un risultato. Prendono tempo mentre si usurano divenendo, quindi, usurai di loro stessi.  D’altronde, l’esperienza del vissuto è sempre rischiosa, molto precaria ed è vittima di un periodo storico dove il valore condiviso non è il Tempo ma il Capitale. Per il Nullafacente e la Moglie i soldi non sono importanti perché non sentono la necessità di comprare per esistere. La loro è una presa di posizione politica, non pigrizia, ma, in effetti, vivono in un limbo sospeso tra due reali diversi segnati, diversamente, dal tempo.

 

Mi viene in mente una sequenza del film del 1940, “Il Ladro di Bagdad”, in cui il malvagio visir Jaffar va a Bassora per far visita al papà della principessa del posto per chiedere la mano della figlia. Costui è un vecchio eccentrico che colleziona giochi e, mentre glieli mostra, si sofferma su un orologio a pendolo. “Misura il tempo”, gli dice e Jaffar risponde: “Spero che un tale pericoloso marchingegno non arrivi mai nelle mani del popolo. “Pericoloso?”, chiede il papà della principessa.

“Sì, se il popolo avesse modo di conoscere il tempo non vi chiamerebbe più signore del tempo e chiederebbe come lo passate”.

“Avete ragione…no, non dovrà mai vederlo”.

 

Anche il teatro, che si nutre di attori, risorse produttive che lo spettatore alimenta, è un marchingegno che replica se stesso all’infinito fino a consumarsi. Per tirarsi fuori da questo sistema, basterebbe non far niente ma, invece, all’opposto, la macchina teatrale produce cose e le consuma senza criticare realmente l’apparato stringente di rapporti materiali e simbolici di cui, da sempre, è compromesso. Ecco, quindi, l’idea necessaria di Roberto Bacci, regista dello spettacolo, di concedere lo spettacolo a pochi spettatori per sera che, per le due date napoletane, si avvale anche di uno spazio non teatrale, come il Madre, che delocalizza l’attore. Il punto è esattamente questo, provare, anche solo per una volta, di non asservire il soggetto al mercato, sia esso l’attore o il Nullafacente, ma creare l’Evento per riflettere, per un’ora, sulle nostre esistenze. In questo modo, lo spettatore anticipa il Tempo perché, questa volta, è il rapporto con la scena che muta, che accelera i nostri processi vitali.

Visto al Madre di Napoli il 24/02/2018

 

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