Il mio Salinger

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Dato che oggi è S. Valentino, mi sembra un giorno davvero adatto per parlare di una storia d’amore. Anche se si tratta di un amore nascosto, quasi dimenticato. Uno dei due protagonisti de Il mio Salinger è molto noto: si tratta di J.D. Salinger, lo scrittore divenuto immortale grazie alle imprese dello scapestrato Holden Caulfield, eroe del romanzo The Catcher in the Rye e idolo d’intere generazioni di ragazzi. L’altra parte, in questa storia a due, è recitata da Sylvia, moglie dell’autore per un periodo di soli otto mesi. Teatro del loro amore è il desolante scenario che si apre alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un mondo straziato, distrutto, devastato. E anche se può sembrare un luogo comune, chi ha visto da vicino gli orrori della guerra non sarà mai più lo stesso.

J.D. Salinger è un uomo che la guerra l’ha vissuta e questa esperienza l’ha segnato profondamente, tanto da causargli dei forti disturbi nervosi. A Norimberga, nell’ospedale in cui è ricoverato per curarsi, Jerome incontra la dottoressa Sylvia Welter, algida e stupenda, per la quale ha un vero e proprio colpo di fulmine. Lei sembra non accorgersi dello sguardo innamorato riservatole dallo scrittore, almeno fino a quando i due non si rincontrano in circostanze poco felici: Salinger infatti, una volta dimesso dall’ospedale, viene impiegato per gestire gli interrogatori di coloro che sono sospettati di essere stati dei nazisti, tra i quali c’è anche la bella dottoressa. In realtà non esiste nessuna prova a carico di Sylvia: l’unica stranezza riguarda il fatto che la dottoressa non risulti schedata da nessuna parte e, in più, in casa sua viene ritrovato un libro di Goebbels sulla propaganda nazista. Ma durante l’interrogatorio, il sergente Salinger riesce a pensare soltanto a quanto lei sia bella e Sylvia, da parte sua, lo trova arguto e più intelligente degli altri americani. Visto che le prove a carico della Welter sono pressoché inesistenti, ogni accusa decade e i due ragazzi sono liberi di dedicarsi al loro amore. Sì, perché nonostante lui sia d’origine ebrea e lei una tedesca sospettata di legami con il Nazismo, i due s’innamorano perdutamente. Jerome è completamente affascinato da lei, dai suoi modi aristocratici, dal suo viso perfetto, dalla sua intelligenza vivace e pungente. E Sylvia gli vuol bene, insieme a lui si sente felice.

Un amore così appassionato non può che concludersi con il matrimonio e così i due innamorati decidono di sposarsi. Ma dopo qualche mese, le cose cominciano a cambiare e le inconciliabili divergenze caratteriali dei due vengono alla luce, esasperate anche dal periodo di permanenza della coppia presso la famiglia Salinger. Una storia d’amore destinata a concludersi tragicamente, dunque, dopo una terribile litigata sulla spiaggia in cui vengono dette parole troppo dure per poter essere perdonate. La ricostruzione romanzata della storia di questa prima moglie di Salinger, sconosciuta ai più, operata da Valentina Grande – vera esperta dello scrittore americano, nonché autrice e conduttrice radiofonica – non solo è perfettamente plausibile, ma anche di grande impatto emotivo. Davvero belli, inoltre, i disegni di Eva Rossetti, complici nel creare l’atmosfera di amore/odio che si respira tra Jerome e Sylvia.

Leggendo il libro, una domanda fa spesso capolino: cosa resta quando l’amore finisce? O, per dirla con le parole di Sylvia, ripensando a Jerome: “Dopo quanti mattini di bruma smetterà di ricordarci con il caffè in mano?” La risposta sembra essere che, anche se l’amore è finito, i ricordi e il tempo vissuto insieme non sono mai inutili perché, prima di essere ogni altra cosa, siamo uomini e donne in cerca della felicità.

Titolo: Il mio Salinger
Autore: Valentina Grande, Eva Rossetti
Editore: BeccoGiallo
146 pp., col. – 19,00 €

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