Il lavoro di vivere: il gioco al massacro di due coniugi di mezz’età

IL LAVORO DI VIVERE - Carlo Cecchi e Fulvia Carotenuto_02

Andrée Ruth Shammah mette in scena “Il lavoro di vivere”, un testo caustico di Hanoch Levin, interpretato da Carlo Cecchi e da Fulvia Carotenuto, fortemente incentrato sul gioco al massacro di due coniugi di mezz’età, Yona e Leviva, in un paese precario e crudele. Tutto comincia con un malore notturno di Yona che, in realtà, è figlio di un disagio esistenziale del quale considera responsabile la moglie. Sente il fallimento di aver perduto una vita all’insegna della bellezza, dell’arte e del desiderio per assecondare il bisogno di sentirsi a casa, accanto ad una moglie che, però, si è rivelata “una menzogna”. Dopo un lungo soliloquio, scaraventa la moglie giù dal materasso, come un sacco di immondizia, per iniziare un dialogo serrato e puntuto dove entrambi si vomitano addosso rabbia e delusione.
A rompere questo momento di tensione è l’amico Gunkel, interpretato dal bravo Massimo Loreto, un uomo solitario, che bussa alla porta in piena notte per cercare un’aspirina ma che, invece, finisce per inveire contro quella “coppia felice” per liberarsi dei suoi spettri legati alla solitudine. Nella coppia, quindi, incombe la paura di restare da soli e decidono di ristabilire un legame.
Grazie ad una regia essenziale, precisa, millimetrica, il gioco attoriale de “Il lavoro di vivere” viene pienamente valorizzato dall’atteggiamento antieroico dei suoi protagonisti attraversato da un’ironia beffarda e una malinconia straziante. Cecchi borbotta la parola, la biascica, e conferisce al personaggio un’indolenza rara, quasi congenita, fino a degradarlo completamente sul finale. Fulvia Carotenuto, invece, recita con accento napoletano ed è estremamente vera nell’incarnare la moglie che ha creduto in una “bella favola” matrimoniale e che si trova, di punto in bianco, dinanzi alla crisi esistenziale di suo marito. Il vero protagonista di questa “commedia da camera” è, però, il testo di Hanoch Levin, autore poco rappresentato in Italia e ancora inedito, pieno di sarcasmo e di ironia dissacrante, che incarna benissimo sia la tragedia che la commedia proprio perché attinge a piene mani dalla miseria della ineluttabile mediocrità della routine matrimoniale. Ha fatto bene, quindi, Ruth Shammah a metterlo in scena e a farlo conoscere al pubblico italiano.

 

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