Il giardino dei ciliegi (Luca De Fusco)

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Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov, presentato in prima mondiale al Napoli Teatro Festival 2014 con la regia di Luca De Fusco, è un lavoro difficile da digerire pur seguendo fedelmente nell’interpretazione le tracce dettate dal regista. Un allestimento, per certi versi, coraggioso, dove domina un’atmosfera funebre ammantata da un bianco accecante, niente affatto vitale. Liubov, proprietaria della casa e interpretata da una straordinaria Gaia Aprea, elegante e sprecona, torna alla sua dimora dopo cinque anni d’assenza e ritrova tutto ciò che aveva lasciato. L’armadio vecchio di cent’anni, la stanza dei bambini, l’amatissimo giardino dei ciliegi. Supportata dalle figlie, Ania e Varia, sarà sconfitta dal mercante Lopachin che, per riscattare la condizione di servitù in cui il padre e lo zio versavano, acquisterà la tenuta rubandole i ricordi. Conscio dell’oggettiva difficoltà di rendere in scena la semplicità di Cechov senza operare un radicale tradimento, De Fusco ha voluto accostare la società russa a quella meridionale spingendo gli attori a recitare con accento napoletano, operazione ardita ma che avrebbe potuto perseguire con più costanza.

Cechov, nel rappresentare la Russia aristocratica di fine XIX secolo, è spietato, distaccato, feroce. Mentre De Fusco, in alcuni punti, rende quasi simpatici i vari personaggi, spingendosi oltre, fino alla classica macchietta napoletana rendendo vano ogni tentativo di rappresentare, nel profondo, il vuoto di una famiglia che sta per perdere la vecchia tenuta ormai all’asta, la casa col meraviglioso giardino dei ciliegi, l’unico e ultimo valore a cui appigliarsi. De Fusco sembra quasi scontrarsi con Cechov, lo sfida a duello, proponendo una sua visione che, se da un lato rende perfettamente l’atmosfera di attesa, con un uso intelligente delle musiche di Ran Bagno e delle luci, prima del baratro finale che trangugerà tutti i personaggi, dall’altro non cede, nemmeno per un attimo, all’ironia feroce dell’autore russo che si evince nei dialoghi banali e nelle caratterizzazioni grottesche. Poco marcato anche il contrasto tra il passato, rappresentato dal servo Firs, vecchio almeno quanto il giardino, e il presente. Sono tutti morti, sono tutti compresi all’interno di uno stesso spazio senza tempo, di un sistema malato impossibile da evadere se non con la morte. Non c’è una linea di demarcazione definita tra il passato personale, della famiglia, e quello storico. Qui, forse, sta l’intuizione del regista: i protagonisti sono stati fatti dalla Storia ma non sono stati capace di cambiare le sorti del loro mondo. Da qui, il parallelismo col Meridione d’Italia.

Ottimi i protagonisti, su tutti la già citata Gaia Aprea e un efficace Claudio Di Palma, meno incisivi (e fin troppo scolastici) i ruoli secondari. Notevole l’atmosfera fuori dal tempo di Maurizio Balò e interessanti le coreografie di Noa Wertheim, anche se vanno a spezzare il ritmo del lavoro ponendosi come corpo a sé stante.

 

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