Il debutto degli Animal Collective: Here comes the indian

 

Per quanto sia una metafora sempre utile, quella dei dischi che creano ‘altri mondi’ in cui portare l’ascoltatore è fin troppo facilmente spendibile per essere credibile sempre. In fin dei conti è vero che un bel disco (e in generale un’espressione artistica qualsiasi, purché riuscita) ha una coerenza di fondo che ne fa un ‘mondo a parte’ – già abbiamo accennato a questa idea nella recensione del nuovo album dei Broadcast – ma le cose si fanno più difficili se cerchiamo di individuare un disco che ci porti in un mondo altro, che nasconda il più possibile nella finzione che costruisce i legami con la realtà.
Un’esperienza di questo genere ci è capitata con questo disco degli Animal Collective, sulla storia dei quali è opportuno soffermarci prima di proseguire. Il ‘collettivo animale’ è formato da quattro personaggi che si nascondono dietro i pittoreschi nomi d’arte di Avey TarePanda BearDeaken e Geologist, attivi dalla fine degli anni ’90 (questo è il loro quarto album) e da quell’epoca intenti a produrre musica che confina tanto con la psichedelia di impronta ‘classica’ che con tutte quelle forme di espressione non ortodossa che, dal kraut-rock al cosiddetto isolazionismo, hanno prosperato ai margini del mondo del rock. Questo Here Comes the Indian, però, riesce a sfuggire anche a catalogazioni di questo genere, trattandosi di una grande prova di originalità anche nell’eterodosso mondo dell’improvvisazione più o meno radicale.
Saltare subito all’inizio del virtuale ‘lato B’ dell’aldum e ascoltare Two Sails on a Sound per credere: dieci minuti in cui poche note statiche di pianoforte fanno da base a un vai e vieni di ronzii, voci filtrate, rumori, rumorini e percussioni che sembrano quasi irreali, tanto sono inusuali e inauditi i loro timbri ed accostamenti. Una lunga parentesi onirica, statica, che ascoltata distrattamente può anche non colpire al volo, ma che una volta che cattura l’orecchio non lo molla più. Una specie di dipinto acustico (altra metafora abusata ma mai come in questo caso efficace), la descrizione del boschetto psichedelico in cui gli ‘animali’ si manifestano, trasformando le percezioni dei suoni e dei colori.
Prima che questa traccia vi abbia messo a vostro agio, però, sarete stati accolti con un fragoroso benvenuto: Native Belle e Hey Light, che propongono la stessa mescolanza di vocette distorte, filtrate e quant’altro, ma lo fanno su un tappeto percussionistico irresistibile e con l’aiuto degli interventi di quella che ci pare una piccola sezione fiati. Come in Slippi, un momento di gioia pura, tre minuti scarsi che da soli fanno fuori tutto il repertorio dei Polyphonic Spree. Il resto del disco ci piacerebbe continuare a raccontarvelo, ma, credeteci, è già stato un bello sforzo arrivare fin qui: è probabile che, se deciderete di accostarvi a Here Comes the Indian saprete già, a questo punto, se vorrete proseguire o no nel viaggio tra i climi sospesi di Infant Dressing Table e Panic, con le loro alternanze di vuoti e altre esplosioni percussive, o nella nebbia psichedelica e psicotica (purple haze!) che entra ed esce in ogni singolo istante dell’opera. Lo saprete già perché questo disco è soprattutto musica che riufiuta di essere ‘detta’ o ‘scritta’: è musica, punto e basta, che potrete decidere di lasciare lì dov’è o che potrà convincervi, come ha fatto con noi, a tornare a trovarla sempre più spesso nel suo mondo onirico, psichedelico e, per una volta concedeteci di scriverlo senza remore, magico.

Articolo di Luca Fusari

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