Il cinema di Tsai Ming-liang: storia di una filmografia concettuale

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Il cinema asiatico è stato, ormai, ampiamente sdoganato negli ultimi anni e, sicuramente, registi come Tsai Ming Liang hanno potuto superare i loro confini contribuendo al cambiamento culturale della nostra epoca.

La filmografia di Tsai Ming Liang è piena di film poetici e complessi, come Vive l’amour del 1994, che non perdono mai di vista il tema centrale. Come Wong Kar-Wai, anche Tsai Ming Liang ha dovuto emigrare: si trasferì a Tapei da un piccolo villaggio della Malesia, a vent’anni, per poi scoprire un’intera generazione ipnotizzata dai valori occidentali e da una società con tante contraddizioni interne che si scontra con le tradizioni orientali secolari. Ha sempre avuto grande nostalgia per il passato e per le sue tradizioni, lo si può scorgere in Goodbye Dragon Inn quando la sala del cinema comincia ad essere popolata di fantasmi. Allora cosa fa il regista? Guarda il mondo da un buco (la macchina da presa), strumento bizzarro per osservare e comunicare, che rappresenta, in The Hole ma in gran parte del cinema di Tsai, il vuoto immenso che circonda il teatro urbano. Ecco l’importanza del suo cinema: sa evocare il vuoto della generazione taiwanese e i personaggi dei suoi film sono condannati a servire il loro tempo senza avere vie d’uscita.

Il film inizia con una schermata vuota e la voce fuori campo di una trasmissione radio che annuncia la rottura di una nuova infezione: il virus di Taiwan. Mette in guardia la popolazione contro l’acqua potabile di rubinetto e, oltre a ordinare la quarantena immediata dei cittadini contaminati, raccomanda alle persone di lasciare tutte le zone pericolose. Quando la prima immagine illumina lo schermo, tutto ciò che vediamo è la pioggia battente, incessante, che viene giù come una maledizione. Una maledizione, però, vista come ne “La peste” di Albert Camus, quindi presentata come una mostruosità da fronteggiare con delle contromisure pratiche.

Cosa resiste alla Peste? Solamente gli istinti animali o vegetali possono essere utili per la sopravvivenza: secondo Tsai Ming Liang, in questo caso, la voglia di rimanere vivi non è disperata. Semplicemente, l’uomo, in una situazione del genere, vuole soddisfare le esigenze più elementari del proprio corpo, come mangiare, bere, dormire e masturbarsi. Per placare il desiderio sessuale si sfruttano i mezzi più inusuali. Per placare la noia e il vuoto, si finisce risucchiati dal vortice dei videogiochi o si sfasciano motorini. Ogni azione ha lo stesso peso e, così come il ritmo di queste esistenze senza meta è lento, anche il film procede con la stessa inesorabile lentezza mostrando persone che urinano, versano del tè, che vanno su e giù in un’ascensore o che passeggiano lungamente per strade vuote. I personaggi del cinema di Tsai Ming Liang si scambiano poche parole, solo le informazioni strettamente necessarie.
Ed è proprio questa la forza del “racconto” del cinema del regista taiwanese. La gente sta rintanata in appartamenti e comunica solo per telefono o mantenendo una certa distanza esitando, comunque sempre, nell’approccio. Tsai Ming Liang cerca l’essenza del gesto e del comportamento umano guardando al di là della maschera e della convenzione sociale. Esplora tutto ciò che è nascosto e focalizza il suo discorso sull’intimità di una persona. Nei suoi film ogni elemento è intercambiabile, non vengono dati giudizi di valore e non si mostrano strati sociali. La Taipei di Tsai Ming Liang è una città senza volto, impersonale e distante dove tutto è effimero. Una metropoli senza volto, benestante, che diventa essa stessa personaggio mentre, invece, il corpo umano diventa un luogo di passaggio. Uno spazio enorme, incommensurabile, che accoglie solitudini senza anima, non più percepito a misura d’uomo ma inabitale e incomprensibile. Ci sono centri commerciali, luci al neon, automobili che sfrecciano, prodotti di massa e tutto indica che ci sia un buon tenore di vita.
Del tempo, invece, ne ha parlato in Che ora è laggiù del 2001 dove il suo protagonista, un venditore ambulante di orologi da polso, dopo averne venduto uno a una ragazza che sta per partire per Parigi, sintonizza tutti i suoi orologi e quelli dell’intera città sull’ora francese. In questo caso, lo spazio diventa tempo, la distanza temporale, e le due solitudini, messe a confronto per un attimo, non avranno la possibilità di sviluppare tra loro alcun contatto. In questo caso solo l’immaginazione può consolare perché c’è un tempo interno, tra due persone, che non è assoggettato al tempo storico, alla vecchiaia, alla morte, al lutto. Come prigionieri, infatti, i personaggi di Tsai sono soli per natura. Sono guardoni, si lasciano attraversare dagli eventi, assistono all’atto della scopata nascondendosi sotto a un letto e si autosoddisfano. Il tempo è un altro elemento imprescindibile nella cinematografia del regista taiwanese e, solo oggi, è riuscito, probabilmente, a cristallizzarlo nel materiale filmico con il suo piccolo gioiello, presentato alla Berlinale del 2014, Journey to the west. Probabilmente, con quest’opera concettuale, il cinema di Tsai Ming Liang può dirsi concluso.

Perché Tsai Ming Liang fa questo tipo di cinema?

Tsai Ming Liang è nato a Kuching, una piccola città della Malesia, nel 1957. Spesso, nelle sue interviste, racconta che l’ambiente era privo di cultura, non succedeva mai niente e il massimo del divertimento era guardare film americani di serie B su videocassette pirata. Il suo sguardo nasce da qui e le sue metafore sono strumenti espressivi necessari per raccontare un presente più che attuale. Rifiuta ogni tipo di narrazione ma è attratto dalla reiterazione infinita del comportamento routinario: l’uso degli elettrodomestici, gli incontri fugaci, il viavai delle automobili sulle grandi arterie stradali. Un ambiente apparentemente sterile, che può essere rapportato a tutte le città del mondo, dove, a imperare, è solo il quotidiano e non c’è spazio per la fantasia.

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