Ifigenia, liberata – Una riflessione sul sacrificio

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Il punto di partenza di Ifigenia, liberata di Carmelo Rifici e Angela Demattè richiama quello del saggio di Thomas Ligotti La cospirazione contro la razza umana: per la prima volta, un omicidio si compie. Per la prima volta l’Homo sapiens vede un suo simile riverso a terra e comprende il senso della violenza e della morte. Ligotti analizza questo fatto come la nascita degli schieramenti di ottimisti e pessimisti, in Ifigenia, liberata abbiamo invece un grido di speranza e sollievo da parte degli ominidi. Secondo la visione di Demattè e Rifici, quello è stato il primo capro espiatorio della storia. La prima volta che gli uomini hanno scaricato le proprie colpe su un altro essere, illudendosi così di essere salvi.

Da qui si parte per arrivare a un testo in cui la vicenda della figlia di Agamennone e Clitemnestra non è che un pretesto per parlare di un argomento più vasto ed eterno: il sacrificio. Per la precisione, il sacrificio violento di chi è innocente. Si passa per Caino e Abele, Gesù (ovviamente, forse il punto più noto e alto del discorso), rimandi biblici, filosofia di Platone – il tutto si svolge infatti in una forma che ricorda quella del Simposio – ed Eraclito, Nietzsche, Eschilo, Sofocle, Euripide, Girard, in una riflessione che non sembra avere fine e stratificata nei secoli.

Ifigenia, liberata è in scena al Teatro Carignano di Torino (Teatro Stabile Torino) dall’8 al 13 maggio.

Le scene di Margherita Palli sono decisamente suggestive. Il tutto si svolge in una sala prove chiusa che è una struttura di legno fatta di porte improvvise. Su tutto, uno schermo che mostra quel che accade dietro le ante centrali. Scene che all’improvviso si fanno reali, confondendo la divisione tra realtà e finzione. Ifigenia, liberata è senza dubbio un’interessante prova di meta-teatro. Non solo lo schermo, l’intero spettacolo è pensato come se si stessero svolgendo al momento le prove. Demattè e Rifici interrompono gli attori per suggerire interpretazioni (un po’ come nell’Elvira di Toni Servillo), ma soprattutto per spiegare al pubblico quel che avviene. Il rischio è quello della retorica, in un didascalismo voluto ma a tratti eccessivo, che non lascia molto spazio al pubblico per la propria interpretazione e propone (in modo errato) che lo spettacolo di per sé non sia sufficiente a comunicare quei significati. La rottura continua della quarta parete rende la narrazione interessante ma lenta, a tratti tediosa o seccante – l’impressione è quella di trovarsi a una lezione scolastica non troppo innovativa.

La virgola del titolo sembra a tratti proprio voler separare il mondo della rappresentazione da quello delle prove – ancora una volta, una stimolante riflessione sulla differenza tra vero e falso, vita e raffigurazione.

Molto bravi gli interpreti, tutti credibili nei propri ruoli. Su tutti spiccano Ifigenia, la straordinaria Anahì Traversi in grado di comunicare con gesti e voci il dolore della ragazza, il suo sacrificio inutile e infine accettato, la vittima che si convince di doverlo essere, e Calcante, il vecchio indovino interpretato da Giovanni Crippa, folle eppure sanissimo. Interessanti le due donne del coro, Francesca Porrini e Caterina Carpio, dai vestiti sgargianti e della voce acuta, che dialogano con il pubblico e parlano in un continuo botta e risposta fra loro. Ci sono poi Zeno Garbaglio, musicista che accompagna le scene, Vincenzo Giordano nel ruolo di Menelao, Tindaro Granata e Mariangela Granelli rispettivamente regista (sognatore) e drammaturga (disillusa), Edoardo Ribatto come Agamennone, Giorgia Senesi nel ruolo di Clitemnestra, un bravissimo Igor Horvat nel ruolo di un Odisseo che desidererebbe abbandonare la ragione.

Le vicende si susseguono per arrivare a un’importante conclusione. Quella che la violenza non avrà mai fine, ma che non esiste altro metodo di vivere che quello di opporvisi, combatterla e rifiutarla. La bellezza salverà il mondo, come scriveva Dostoevskij. E lo farà anche il teatro.

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