I vicini e la paura dell’ignoto

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I vicini di Fausto Paravidino è una “pièce su noi stessi”, come precisa il suo autore, e nasce da una “paura”, quella dell’altro. A dispetto di quel che può sembrare e di quel che è stato scritto da chi non l’ha apprezzato, è un lavoro complesso, imperfetto, fallace ma inedito. Se, per un attimo, si accantonano i ricordi del Paravidino teatrale degli anni passati, è possibile godere di un lavoro che affonda le sue radici, con grandissimo rigore, nel cinema pop degli ultimi cinquant’anni spiegando, senza intellettualismi ma con mezzi alla portata di tutti, la paura dello straniero e dell’ignoto.

Il protagonista, interpretato dallo stesso Paravidino, è un eterno adolescente sia nell’aspetto che nei comportamenti, resta in casa tutto il giorno e convive con Greta, interpretata da Iris Fusetti, donna matura, impegnata, sempre in giro tra lavoro e commissioni. Sono arrivati dei nuovi vicini, Laura e suo marito, Lui li spia dallo spioncino e ne ha segretamente paura. Greta, invece, ne è incuriosita ma ha paura di una vecchia che vede solo di notte, “la vicina che c’era prima che arrivassero i nuovi vicini”.

Ecco, però, che Paravidino introduce l’elemento destabilizzante: Laura, interpretata da Sara Putignano, comincia a provocare Lui mentre suo marito, un convincente Davide Lorino, si interessa a Greta. Finiscono, però, a cena e vengono fuori i caratteri di tutti e quattro, dove ognuno è lo specchio dell’altro al negativo. Eppure basta una provocazione più accesa per ribaltare completamente il piano di gioco, come in Carnage di Polanski/Reza.

Dalle paure reali, e fondate, di Lui alle paure immaginarie di Greta e Laura. Quell’ “apparizione spettrale” che fa tanto “Non aprite quella porta” – per citare un critico che stimo molto – in realtà ricorda più i morti di Federico Fellini in “8 e ½” (anche se “i morti son morti”), “fantasmi che pongono domande a cui è imbarazzante rispondere”. I morti, in quanto trapassati in un’altra dimensione, sono stranieri, possono venire in pace, seguendo l’etimo greco Xenos, ma anche in guerra, in base all’etimo latino hostis che, però, significa anche “ospitalità”. Quest’ambiguità così forte emerge tutta nel lavoro di Paravidino che fa propria – occorre capire quanto consciamente – la lezione di Derrida secondo il quale per poter riconoscere l’Altro da me, è necessario che questo venga individuato come “diverso da me”. Paravidino, infatti, lo evidenzia in un dialogo magistrale tra i due “lui” sulla provenienza del cibo che stanno mangiando. Il marito di Chiara diviene, via via, sempre più aggressivo cercando di imporre la sua lingua, quella “casa mobile”, quella “patria” che ci accompagna in ogni nostro spostamento. Lui, che sta cercando di familiarizzare con lo Straniero, cerca di andargli incontro condividendo anche alcune parti del suo discorso ma, alla fine, messo alle strette, nel momento in cui sente minacciata l’integrità sua e della compagna, caccia Chiara e suo marito fuori di casa.

Chiamatelo come volete, “conversation play”, pièce minimalista di impianto pinteriano o anche merda d’artista ma “I Vicini” di Fausto Paravidino, tolto il finale che rappresenta un “corpus” totalmente staccato da tutto il resto e francamente evitabile, mostra, ancora una volta, un autore talentuosissimo, capace di scrivere dialoghi serrati, pieni di ritmo e originali, e di far comunicare tra loro elementi eterogenei senza rendere gravoso l’impianto narrativo. Perché dovrebbe deludere?

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