I migliori dischi jazz di sempre

i migliori dischi jazz

E’ impresa ardua fare una classifica dei 10 migliori dischi jazz di sempre. Innanzitutto perché devi escludere necessariamente alcuni album importanti e, in secondo luogo, perché non è mai obiettiva. In questo caso, ho escluso a malincuore un capolavoro come “We insist” di Max Roach, “Atlantis” di Sun Ra ma anche caposaldi come “Bitches Brew” o “Giant Steps” perché una delle regole di questa lista dei 10 migliori dischi jazz di sempre è quella di non far figurare uno stesso artista per più di una volta all’interno della classifica. Involontariamente l’ho trasgredita. Sta a voi scoprirlo. Intanto godetevela.

 

10 – Duke Ellington “Money Jungle”

 

1962: Duke Ellington si rimette in gioco. Il mondo del jazz sta cambiando e lui è la storia del jazz, non può starne fuori. Contatta due musicisti che stanno letteralmente cambiando la struttura della musica e incide questo gioiellino imperdibile. Un suono unico, moderno e straniante, un disco fatto di ritmi urbani e melodie sincopanti.

 

9 – Cecil Taylor “Conquistador”

 

Una trance continua, un suono fatto di istinto, nervi e carne. Questo è Cecil Taylor, pianista, uno dei più grandi musicisti e improvvisatori, che ha saputo cambiare profondamente i codici del jazz. La partitura di “Conquistador” non è fatta di note ma di colori incisi su foglio bianco con pastelli accesi. Il risultato è un lavoro ricco di sfumature, di difficile ascolto ma fondamentale.

 

8 – Bill Evans “The Complete Village Vanguard Recordings 1961″

 

Inizio anni ’60, è lì che dobbiamo andare a cercare i primi cambiamenti del jazz tradizionale. Bill Evans, in quel periodo, fa la storia con il suo Trio composto da Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Questa registrazione testimonia la grandezza di quell’ensemble, nel tempio del jazz, e la raffinatezza degli arrangiamenti proposti. Indimenticabili Alice in Wonderland e la ormai storica Waltz for Debby, il pezzo caposaldo del jazz modale.

 

7 – Miles Davis “Kind of blue”

 

In anticipo sui tempi, il genio Miles Davis dà un saggio, imperdibile, di jazz modale e chiama a raccolta musicisti come Bill Evans, John Coltrane, Paul Chambers. Il risultato è straordinario, un disco sperimentale e, al contempo, armonico e melodioso, un capolavoro di poesia che ha in So What il suo apice. Non si può vivere senza aver ascoltato questo disco.

 

6 – Ornette Coleman “Free Jazz”

 

Disco seminale ma non uno dei più belli né della storia del jazz né nella carriera dell’eccentrico Coleman, sassofonista col vizietto del violino. Ma è un lavoro indispensabile per capire le origini del free jazz, una tendenza con tanti adepti, tra cui John Coltrane e Don Cherry. Non ci sono tessiture melodiche predefinite, tutto è (quasi) improvvisato e gli strumenti si affaticano a suonare seguendo una base ritmica senza una bussola. Più vicino a un’opera d’arte di Pollock – basti guardare la copertina – che alle dinamiche jazz.

 

5 – Thelonious monk “Brilliant Corners”

 

Il 15 ottobre del 1956, il pianista Thelonious Monk porta in studio Max Roach, Oscar Pettiford, Sonny Rollins e Ernie Henry per registrare una serie perfetta di piccole gemme destinate a fare la storia della musica. Probabilmente è stato proprio Monk, con quest’album, a spianare la strada a Taylor, Coleman e agli sperimentatori jazz degli anni ’60 ma, purtroppo, quest’influenza tangibile non sempre gli viene riconosciuta. Ma non si può non comprendere la forza e la portata di un disco del genere: Brilliant Corners, un brano dalla struttura sbilenca, con un tempo destinato a cambiare, per tutta la sua durata, di continuo; Pannonica suonata da Monk con la celesta; I surrender, Dear con Monk in piano solo, delicata e in netto contrasto con il corpus principale dell’album. Un’oasi di felicità e frenesia.

 

4 – Albert Ayler “Spiritual Unity”

 

Albert Ayler non suona il sax ma lo fa piangere, ridere, parlare. Ayler fa gridare il suo strumento rendendolo protagonista assoluto. “Spiritual Unity”, pur seguendo le lezioni del maestro Coleman, supera magistralmente quel concetto di “free jazz” delineato un po’ di tempo prima. Ma Ayler non è uguale a nessuno, è un Beckett della musica. Ci sono echi lontani di Charlie Parker, frammenti di John Coltrane, c’è il messaggio di Ornette Coleman ma “Spiritual Unity” ha una grazia tutta sua, è primitivo, misterico, un rituale collettivo ma profondamente intimistico. Musica che proviene dalle viscere di Ayler, sghemba, innovativa e seminale.

 

3 – Eric Dolphy “Out to lunch”

 

Eric Dolphy era un genio, non c’è niente da fare. Flautista, clarinettista, sax contralto, è la quintessenza del jazz post-bebop e nel 1964, poco prima della sua accidentale morte, ci regala un saggio imperdibile della sua musica e uno dei capolavori della storia del jazz di sempre. Stiamo parlando di “Out to lunch”, un disco ardito, folle, atonale sino al midollo. E’ il viaggio dell’Alice di Carroll nell’universo delle note e del pentagramma, una città di folli che si ribella a un potere precostituito, una musica fatta di fotogrammi noir, che spinge l’ascoltatore nel pieno baratro per poi riprenderlo in extremis.

 

2 – John Coltrane “A love supreme”

 

Nel 1965 Coltrane riassume tutte le tendenze del jazz, fino ad allora conosciute, in “A love supreme”, album profondamente mistico e spirituale che ha come punto di partenza la tradizione blues e gospel per arrivare in Oriente. Se non avete mai ascoltato jazz seriamente, partite da qui. Non ne uscirete vivi, fluttuerete. Si rimane estasiati la prima volta, non si riesce ad afferrare tutto quanto ascoltato ma è come essere al cospetto di Dio. Una continua ipnosi, splendido, commovente, puro come nessun album nella storia del jazz è mai stato.

 

1 – Charles Mingus “The black saint and the sinner lady”

Vince la nostra personale classifica dei 10 migliori dischi jazz di sempre il capolavoro mingusiano par excellence. Un disco che ti cambia l’esistenza e, come scriveva Lester Bangs in Psychotic Reactions, una delle più alte esperienze sonore. Un album ricco di negritudine in sei movimenti la cui trama sonora avvincente è affidata a un’orchestra di undici elementi. Una musica che non ha padroni, che metabolizza tutte le correnti conosciute e navigate a fondo dall’esperto Mingus per tirar fuori un suono bastardo, sublime e destabilizzante. Sorprende sempre, ad ogni ascolto, grazie a una varietà compositiva che non ha eguali nel mondo del jazz.

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