“Lacci” di Domenico Starnone al Teatro Bellini

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«Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo, concludi, ritrovando la gioia degli inizi, o ci si condanna alla normalità più grigia».

È un estratto dal romanzo di Domenico Starnone, Lacci, (pubblicato da Einaudi nel 2014) che compendia il pessimismo dell’autore sul tipo di famiglia nato negli anni Sessanta: quelli delle rivolte studentesche e delle sollevazioni operaie, quelli in cui gli uomini coltivavano l’utopia di una contestazione radicale. Quella famiglia, sembra dirci Starnone, è destinata al fallimento, alla disgregazione perché incapace di vivere «la normalità grigia» dei tempi nuovi, e insofferente al conformismo dei costumi e delle condotte all’interno delle formazioni sociali.

La pièce, che va in scena al Teatro Bellini di Napoli fino a domenica, è un adattamento teatrale dell’omonimo romanzo, scritto dallo sceneggiatore su sollecitazione di Silvio Orlando; l’attore napoletano, dopo il successo televisivo ottenuto con il personaggio del cardinale Voiello in The Young Pope di Paolo Sorrentino, veste qui i panni di Aldo, uomo insofferente agli statuti di marito e padre che regolamentano rigidamente la condotta personale all’interno di un nucleo familiare ‘piccolo-borghese’, costituito dalla moglie Wanda (Vanessa Scalera) e dai due figli (Maria Laura Rondanini e Sergio Romano).

In questo ‘conglomerato di consaguinei’ – in cui passano i cavi elettrici dei legami del sangue, con tutte le “alte tensioni” che essi generano – non c’è posto per affetti spontanei. Infatti la coabitazione dei congiunti è data solo da una ‘volontà negoziale’, da mere esigenze patrimoniali, dalla necessità, in sintesi, di preservare il ‘benessere’ dei figli.
L’individuo, co-stretto così a vivere per relationem, è stretto nelle maglie – i lacci appunto – dell’istituto/famiglia, mentre la felicità sembra abitare soltanto all’ esterno della casa, nelle occasioni individuali di evasione che generano viceversa l’infelicità degli altri suoi componenti.
All’interno di essa, invece, crescono estraneità e senso di oppressione – penso alle finestre di casa che per volontà di Wanda, la moglie, devono rimanere rigorosamente chiuse – sensi di colpa e “distanze che misurano il silenzio” – penso ad Aldo che legge taciturno le lettere della moglie seduto su quella sedia che si allontana dallo spazio della scena in cui la voce di Wanda si fa presenza fisica;  sedia tirata da lacci invisibili, verso la porta che conduce fuori dalla realtà dell’adulterio che lo rende vivo e felice.
Dalle note di regia di Armando Pugliese si ricavano i chiarimenti decisivi: «Ho pensato a questo lavoro come all’esecuzione di una sinfonia, che si struttura in cinque movimenti, che a loro volta contengono al loro interno un variabile numero di variazioni. E il contenuto del romanzo mi ha suggerito l’idea di una sinfonia del dolore, del dolore perché questa storia ci parla di un carico di sofferenza che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni, dolore appunto. Proprio perché ci muoviamo in ambito borghese, non si tratta di una tragedia generazionale, ma di un dramma generazionale, quello sì».
Seppur “dramma” e non tragedia, Lacci interiorizza la dimensione del tragico, riproponendone “in potenza” alcuni degli elementi tradizionali: la minaccia della “rovina” – condizione fatale – che striscia, nascondendosi, attraverso le stanze di quel grigio interno borghese; un fortuito accidente che, scompigliando l’ordine domestico, consentirà di rovistare tra gli oggetti del passato (fotografie, libri, scatole) alla ricerca degli indizi della perduta felicità.

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