Homologia, quando il silenzio diventa poesia

Homologia

Non esiste un’umanità più perfetta di quella del silenzio, scriveva Italo Svevo con riferimento alla pubblicazione del suo romanzo Senilità. Nell’assistere alla messa in scena di Homologia, in questi giorni al Piccolo Bellini di Napoli, per la regia di Alessandra Ventrella e la produzione di DispensaBarzotti, la citazione dello scrittore e drammaturgo italiano diverta tangibile: davanti agli occhi comincia a prefigurarsi un mondo in cui la parola diventa elemento accessorio di un linguaggio che procede per immagini, sensazioni, in una dimensione che, in bilico tra realtà e proiezione onirica, riesce a catalizzare la concretezza del mondo nelle sue molteplici sfaccettature.

Lo spettacolo è uno studio dell’uomo come essere destinato, per il naturale incedere della vita, alla ripetizione pedissequa dei gesti, un protrarsi della naturale tendenza all’omologazione di azioni uguali, lente e costanti che diventano parte di un quotidiano ormai privo di ogni ardore e di ogni slancio, che trova rifugio nel tramonto dell’esistenza umana.

La scena è scarna e oscura. In un angolo una poltrona vecchia e polverosa su cui è adagiata una copertina. In ogni centimetro del palcoscenico si respira una sensazione di abbandono. La stessa sensazione che restituisce l’uomo ormai anziano che è seduto su di essa. Indossa una maschera piena di rughe e di incavi che poco lasciano trasparire in merito alla sua età. Una folta schiera di capelli bianchi gli candono sulle spalle. Il silenzio è così assordante da far male le orecchie. Soltanto il ronzio di una mosca o il vociare confuso della televisione è in grado di rompere questa monotonia sonora che ben presto comincia a far male dentro.

L’immagine di questo anziano nelle sue lente azioni quotidiane viene sviscerata in ogni suo dettaglio: si assiste alla sua vestizione, alla scelta delle caramelle da mangiare, alla lettura di pagine logore di un quotidiano con la stessa attenzione con cui si osserva una radiografia. Con minuziosità e devozione entriamo nei meandri di questa emaciata umanità che inevitabilmente porta alla memoria le singole quotidianità personali. Il ricordo dei nostri vecchi padri di famiglia affolla la mente.

La grande magia del teatro è proprio questa: riuscire a ritrovare la propria vita all’interno del minuto spazio scenico, riprendere immagini forse sopite che d’improvviso riacquistano forma ed emozione in un momento.

Questo interno domestico lasciato in balia della vita, d’improvviso subisce una metamorfosi funzionale: una pagina di giornale prende vita volando via ed oggetti di varia natura entrano in scena assieme ad un uomo che altro non è che il doppio dell’anziano portagonista. Lo stesso viso smunto, gli stessi capelli capelli banchi, gli stessi abiti. È reale o è frutto della pura immaginazione? Sono immagini di una vita ormai destinata all’incedere della vecchiaia o sono il monito di un’esistenza consumata da una serie di azioni che non hanno lasciato alcuna traccia?

Le immagini doppie di questa vita all’angolo si susseguono con la stessa ferocia dei flashback della memoria: nell’alternanza di buio e luce, l’intermittenza degli eventi assume la forma di un racconto senza fine destinato a riprodursi nelle pieghe della memoria storica dell’umanità. Questo vuoto nero carico di significati porta con sé la parte ancestrale dell’inconscio umano: interiorità fatte di vuoti umani e di cose riflesso (e qui anche doppio) del baratro interiore.

La grande illusione dell’uomo celata dietro una maschera dalle espressioni impassibili mira all’analisi della percezione mediante l’uso un linguaggio fortemente visivo e sensoriale che sviluppa un rapporto drammaturgico con l’essere umano mediante una grammatica di segni e movimenti, secondo le regole dettate dal teatro di figura. Nulla è lasciato al caso ma ogni suono e ogni movimento si iscrivono all’interno di un lavoro di puro artigianato segnato da tempi precisi e molto puliti. La predilezione del movimento alla parola è centrale nella creazione di un tempo fortemente poetico e trasversale al tempo stesso: non è presente, non è passato ma è il tempo di tutti i tempi e di tutte le esistenze.

In scena i bravissimi Riccardo Reina e Rocco Manfredi che nell’ambito della regia della Ventrella, riescono nella costruzione un momento di poesia ed eleganza che merita di essere visto. Lo spettacolo, ricordiamo,  ha ricevuto la segnalazione speciale al Premio Scenario 2015, di cui con piacere riportiamo le motivazioni:  La purezza e la freschezza di una formazione giovane che esprime una profonda coesione di intenti e di prospettiva, l’approdo non scontato a un linguaggio erede della tradizione per raccontare la solitudine di un anziano in un paesaggio metropolitano osservato con poesia e trasfigurazione onirica, attraverso uno struggente gioco sul doppio. La sfida di un teatro di silenzio, senza parola che rimanda con semplicità a Beckett, Pinter, Kantor, per cercare una via contemporanea al teatro di figura. Un’epifania lieve unita all’umile consapevolezza di un percorso di studio ancora in fieri.

 

 

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