Hana-Bi – Fiori di fuoco

Meritatissimo Leone d’Oro al Festival di Venezia 1997, Hana-Bi è il settimo film di Takeshi Kitano, personaggio di punta del mondo dello spettacolo giapponese, eclettico talento affermatosi come regista (suo il bel Sonatine del 1993), attore (era il sergente Hara di Furyo), scrittore e pittore, aspetti della sua personalità abilmente sfruttati nel suo lavoro di consacrazione, in cui i toni aspri della violenza estrema e quelli tenui della commedia si bilanciano in un perfetto equilibrio dominato dall’espressione glaciale del detective Nishi (lo stesso regista con il nome d’arte di Beat Takeshi).
Arrivato a Venezia con il sottotitolo “Fuochi D’Artificio”, Hana-Bi esce ora, per evitare spiacevoli confusioni con il film di Pieraccioni, come “Fiori Di Fuoco”, dal significato letterale delle due singole parole, hana e bi, fiore e fuoco, elementi che vengono a rappresentare la netta contrapposizione fra la vita e la morte.

Nishi è un vero duro, pronto a scaricare un intero caricatore sul corpo di un cadavere, un personaggio che di certo non sfigurerebbe nel più cupo film di gangsters. La sua è una vita difficile alla quale deve rispondere a modo suo: la moglie è malata di leucemia, ormai senza possibilità di salvezza, il suo migliore amico e compagno di lavoro, Horibe, è ridotto su di una sedia a rotelle dopo essere stato colpito a sangue freddo, un altro loro collega è morto in una cruenta sparatoria. Sono i sensi di colpa ora a perseguitarlo, per il poco tempo dedicato a Miyuki e la sua difficoltà a comunicare con lei malata, per non essere stato al fianco di Horibe quando ce ne sarebbe stato più bisogno, per aver assistito, impotente e sanguinante, all’uccisione del collega, una colpa che cerca di espiare soffocandone almeno il rimorso.
Un prestito chiesto ad uno strozzino yakuza gli consente di aiutare la giovane vedova del poliziotto e di acquistare tele e colori per Horibe che, dopo essere stato abbandonato dalla moglie e dalla figlia, vorrebbe dipingere per passare il tempo, ma non può permetterselo. Una successiva rapina in banca fa si che possa ulteriormente allontanare i fantasmi del suo passato e saldare anche il debito con gli yakuza. Ora può dedicarsi interamente a Miyuki ed intraprendere con lei un viaggio senza fine, allegro e spensierato, ma le tante tracce e gli innumerevoli cadaveri lasciati lungo il percorso li faranno presto raggiungere dagli insoddisfatti yakuza e dalla stessa polizia.

Poetico e commovente, crudo e violento, divertente e scanzonato, Hana-Bi è la sintesi della cinematografia di Kitano, un linguaggio personalissimo, il suo, che procedendo fra improvvisi sbalzi temporali e stilistici non si pone alcun limite predefinito. La violenza è degna del miglior Tarantino, mai gratuita ma assoluta, a sottolineare, comunque, senza mezzi termini e con una freddezza abbagliante, sempre e solo lo scontro con le “forze del male”, confinando, per il resto, spari ed uccisioni ad un gioco di pistole giocattolo, proiettili a salve e fuochi d’artificio. Ma è la facilità con cui si passa dalla tensione estrema al sorriso, dalla disperazione alla gioia, insieme alla freschezza registica, a stupire piacevolmente. I suoi personaggi sono dei perdenti che, nonostante tutto, riescono a redimersi e ad apparirci come degli eterni vincenti. Horibe, prigioniero della sua solitudine, immobile in riva al mare mentre le ruote della sua sedia cominciano ad affondare nella sabbia bagnata, trova il suo riscatto nella pittura, nelle immagini solari di animali dalle caratteristiche floreali che, di tanto in tanto, riempiono lo schermo (anch’esse opera di Kitano), nel proprio suicidio relegato agli angusti confini della tela; Nishi e Miyuki, dal cammino minato dalla malattia e dalle tragedie circostanti, in un amore assoluto fatto di gioia e leggerezza. La loro è una fuga dal reale che ha i toni lievi della favola, dove una fetta di dolce, una fotografia malriuscita, i rintocchi della campana di un monastero, lo sprofondare nella neve, l’esplosione di un razzo nel cielo notturno o la corsa di una bambina con il suo aquilone significano scacciare i cattivi pensieri e stare insieme, dove lo stare insieme vuol dire essere vivi, anche oltre la morte.

Articolo di Carlo Cimmino

Manfredi

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