Hamm-let, uno studio sulla voracità dei classici

hamm-let magnolia

La Piccola Compagnia della Magnolia presenta alla Galleria Toledo di Napoli Hamm-let, studio sulla voracità ma anche sul mito di Amleto partendo dal grande testo shakespeariano fino ad arrivare a Enzo Moscato e Jules Laforgue.
Un lavoro forte, dove dominano l’energia del collettivo torinese, il talento singolo dei tre attori e un taglio registico che si rifà molto alle declinazioni beniane del suo Amleto.
I tre personaggi sono truccati come se fossero geishe e indossano abiti da aikido, il che li rende più grotteschi ma, al contempo, più espressivi in un’ottica straniante e delirante dove non c’è scampo per nessuno.

A partire dalla radice “Hamm” si capisce l’intento del lavoro di ricerca di Giorgia Cerruti, Valentina Tullio e Davide Giglio, dove lo studio sulla voracità va intesa nell’ottica dell’antropofagia di Oswald De Andrade, cioè quella voglia insana di fagocitare tutto, l’ “assorbimento del nemico sacro per trasformarlo in totem”, contro una realtà sociale senza la pazzia di Ofelia e Amleto.
Poi c’è l’amore cannibale, cieco, per la madre e le conseguenze della pietà filiale lafoguiana, con un Amleto dal cuore frantumato, a metà tra Ofelia e la sua genitrice, che vorrebbe autodeterminarsi ma che, invece, non riesce ad andare oltre quel legame distruttivo.

Amleto, quindi, diventa quasi Edipo e non possiede un “io minuzioso e contorto” quanto piuttosto appare spaesato e tragica vittima degli eventi e del lutto subito. In questo, forse, c’è più la crudezza dell’ “Hamletmachine” di Heiner Muller, l’incapacità di prevedere il domani, che l’ironia di Laforgue. Amleto, alla fine, si arrende e supera i conflitti che lo abitano con il suicidio. Nasce già senza spinte utopistiche – quindi supera il modello mulleriano – e muore nella solitudine preparando, però, minuziosamente il rito della sua morte.

Sicuramente Hamm-let è un buon lavoro, che potrebbe apparire, però, datato soprattutto perché si confronta con modelli che, illo tempore, hanno detto tutto quel che c’era da dire sfruttando periodi storici precisi. Probabilmente sarebbe stato auspicabile un più diretto confronto con il nostro tempo, una riscrittura dell’Hamm-let del 2009 alla luce anche di esperimenti che stanno segnando il nostro tempo come Please, continue (Hamlet) della compagnia di Yan Duyvendak e Roger Bernat. Da rivedere ma, soprattutto, da riscrivere.

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