Glob(e)al Shakespeare: Tito e Le Allegre Comari di Windsor

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Nella sezione “Progetti speciali” del Napoli Teatro Festival 2017, Gabriele Russo ha presentato Glob(e)al Shakespeare, un progetto basato su una possibile convivenza dei testi del Bardo con le idee della nuova generazione di drammaturghi italiani. Grazie alla trasformazione degli spazi del Teatro Bellini, con il palcoscenico prolungato fino al centro della sala e le poltrone smontate, per tre giorni, dal 6 all’8 giugno, il pubblico festivaliero ha avuto l’opportunità di confrontarsi con sei titoli scespiriani riscritti e diretti da registi come Andrea De Rosa, Francesco Saponaro o lo stesso Gabriele Russo. Quaranta attori, sei allestimenti in prima assoluta e una squadra di tecnici che ha supportato fedelmente il progetto fino alla fine che merita più di un appunto, soprattutto per le energie e la creatività che Russo ha saputo smuovere nel territorio napoletano. Ha ragione Nicla Abate quando scrive, nella sua recensione, che si ha la sensazione generale di essere dentro l’azione scenica perché, in tanti, hanno raccontato di aver vissuto le stesse sensazioni ed emozioni.

L’ultima serata ha visto in scena due lavori molto interessanti, di taglio diverso, ma soprattutto due adattamenti di matrice opposta, soprattutto per il materiale offerto da Shakespeare. Il primo, Tito, per la regia di Gabriele Russo, è una riscrittura originale di Michele Santeramo, autore italiano tra i più interessanti, ancora una volta alle prese con il Bardo dopo “Preamleto”. L’autore pugliese tira fuori dal “Titus Andronicus” la crudeltà e la farsa del potere, sfruttando quel famoso assunto marxiano secondo il quale tutto si presenta due volte, sotto forma di tragedia e di farsa. Dialoghi serrati e incisivi in cui Tito, antieroe alla ricerca di normalità, è un padre di famiglia che vuole semplicemente un po’ di pace ma, a causa di lotte e discordie intestine, è costretto a riprendere possesso del ruolo a lui destinato. Santeramo crea un tessuto in cui Russo va a disseminare elementi di regia semplici ma efficaci in cui il focus è Tito attorno al quale si sviluppano gli altri personaggi. Il dramma non arriva con la morte ma con la destabilizzazione, con il dolore che pone il protagonista in un confronto costante con quel che è stata la sua vita.

Consumato il dramma di Tito, si entra in un salotto borghese con quattro donne vestite di bianco e una fisarmonicista. Sono “Le allegre comari di Windsor”. Due di loro chiacchierano dei rispettivi mariti, la serva Quickly fa il bucato e la giovane Anne Page le parla dei suoi spasimanti. Tutto sembra tranquillo fin quando una lettera, recapitata alle due signore, di Falstaff, un anziano signore grasso e squattrinato, non le distoglie dalle loro chiacchiere. Si scopre che il cavaliere sta corteggiando entrambe, probabilmente attratto dalle loro fortune. Le quattro donne, quindi, decidono di mettere in piedi una messinscena per prendersi gioco del truffatore. La regista Serena Sinigaglia prolunga, ancor di più, lo spazio scenico spostando l’azione anche tra il pubblico, che viene coinvolto nella simulazione della beffa. Grandissima prova attoriale, regia elegante e precisa che dà vita ad uno spettacolo sensuale e pieno di ritmo che si giova anche dell’intelligente adattamento di Edoardo Erba che elimina tutte le figure maschili in scena.

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