Generazione Disagio: ringiovanire il teatro e ripensare i modelli esistenti!

 

Generazione Disagio, “Dopodiché stasera mi butto”, foto di Donato Brienza

Generazione Disagio è un collettivo composto da Riccardo Pippa (regista e coautore), Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi, Andrea Panigatti e Luca Mammoli, un contenitore aperto e sociale, popolare ed inclusivo. La produzione artistica e poetica parte da un assunto comune: l’aver fatto del disagio la condizione abituale.  Ricordiamo tra gli eventi artistici Dopodiché stasera mi butto e Karmafulminien – Figli di puttana.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire?Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

La crisi del teatro italiano dipende da diversi fattori e, a mio avviso, non è così facile capirne la motivazione principale. I segnali si trovano sia all’interno del mondo del teatro, sia al di fuori di esso. In questi ultimi anni stiamo vivendo una profonda crisi culturale del nostro paese. Si investe poco e male in cultura, istruzione e più in generale sul futuro dei giovani. I tagli alla cultura, che ricadono su larga scala, non solo propriamente sul mondo del teatro, influiscono notevolmente e aggravano questa situazione. Chi riesce ad accedere a questi soldi pubblici, fa sempre più fatica a tenere aperti i propri spazi e a programmare le proprie attività. Chi invece non riceve questi benefici (e si tratta della maggior parte delle realtà teatrali italiane- compagnie giovani-realtà indipendenti-ecc…), vive una quotidianità di precariato, di continua ricerca di spazi e possibilità di espressione, talvolta però con risultati positivi e molto sorprendenti (penso ad esempio agli innumerevoli festival di teatro off presenti su tutto il territorio nazionale). C’è, a mio parere, anche il problema di ringiovanire il teatro, di ripensare i modelli esistenti, le forme di fruizione per il pubblico; farsi da parte per dare spazio alle giovani realtà teatrali, ai giovani attori e artisti; investire nella formazione accademica e post-accademica; bisogna necessariamente creare nuovi spazi di espressione, nuovi bacini d’utenza e canali comunicativi, uscire insomma dall’idea di teatro vecchio e noioso. C’è poi anche un problema tra gli addetti ai lavori, interno al teatro. Spesso ci dimentichiamo del pubblico, diventiamo autoreferenziali e perdiamo di vista il ruolo sociale che il teatro ha da sempre e che deve sempre mantenere. In tutta questa situazione di disagi, si ritrovano a vivere migliaia di artisti che subiscono inevitabilmente le difficoltà legate a questo mestiere. Mi riferisco soprattutto alla mia generazione, che a trent’anni fa ancora fatica ad accedere a determinati palcoscenici e opportunità e in generale a costruire un proprio percorso artistico. Stiamo sicuramente subendo le conseguenze di una crisi generazionale, dove ci siamo trovati ad essere cullati dai nostri genitori e da una società, i quali ci hanno insegnato determinati valori, come ad esempio la famiglia, la cultura del lavoro, ma sfortunatamente ci ritroviamo oggi con l’impossibilità di applicare questi insegnamenti, non abbiamo la possibilità di vivere la vita che ci hanno fatto immaginare e che ci hanno disegnato. Probabilmente sono anche mancati dei maestri alla nostra generazione, quelle figure che sanno indicare la strada, sanno passare i saperi e i segreti di un mestiere tanto antico quanto moderno. Ci ritroviamo quindi a imparare e crescere da soli. E non dico che la cosa sia solo negativa, anzi. Ci sono degli aspetti positivi in tutto questo. Innanzitutto queste difficoltà ti fanno capire se realmente vuoi affrontarle per vivere di questo lavoro e se questa è davvero la tua strada; ti stimolano a continuare una tua ricerca personale, di individuo e di artista, ti costringono a non “sederti”, a non mollare mai la presa, ad essere creativo e intraprendente. Penso che le cose miglioreranno da qui a qualche anno, e che chi avrà tenuto duro in questo periodo di grosse difficoltà, potrà avere la possibilità di parlare liberamente attraverso la sua arte, senza continuare a fare innumerevoli lavori per pagare affitto, bollette e continuare a studiare.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

La crisi del teatro non dipende dalla mancanza di idee. Le idee ci sono. Magari ce ne sono tante, non tutte sono forti allo stesso modo, ma ci sono. I gruppi di giovani teatranti che si riuniscono dietro un progetto sono tantissimi, forse addirittura troppi per il poco spazio che c’è a disposizione. Ognuno vuole dire la sua, vuole mostrare la propria idea di teatro quindi non mi spingo ad affermare che la crisi del teatro dipenda da una mancanza di questo genere. Noi di Generazione Disagio ad esempio, nasciamo come collettivo che si è riunito intorno ad un’idea di spettacolo. Ognuno di noi, dopo l’accademia ha intrapreso un percorso come singolo, lavorando in diverse situazioni, dal teatro alla televisione, ma questo tipo di impegni e di progetti non ci soddisfacevano a pieno. Abbiamo quindi deciso di investire le energie, le idee e il tempo per creare qualcosa che fosse totalmente nostro. E’ nato così il primo spettacolo del gruppo, “Dopodiché stasera mi butto” con il quale abbiamo partecipato a diversi concorsi e festival prima di approdare al “Torino Fringe Festival” con lo spettacolo in forma completa. In seguito al successo di pubblico e critica, molti teatri si sono interessati al nostro lavoro, dandoci la possibilità di fare un buon numero di repliche e di portare il nostro prodotto artisti con diversi luoghi, dalle piazze più importanti fino ad arrivare alle realtà più piccole, ma non per questo meno importanti. Abbiamo noi per primi provato cosa vuol dire avere un’idea forte che si trasforma in spettacolo, nonostante le difficoltà che non mancano mai.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Il teatro, da sempre, ha la funzione di riunire i popoli per riflettere sulla propria esistenza e sulla società nella quale si vive. E oggi più che mai, dove questa società ci spinge all’isolamento e ad una finta condivisione in solitaria, il teatro deve avere la responsabilità di risvegliare le coscienze, di far riflettere sulla propria condizione, di coinvolgere verso una partecipazione attiva e reale. Il teatro in questo senso è politico, deve prendere una posizione, deve interrogarsi e porre domande al pubblico. Uno spettacolo, che si tratti di drammaturgia classica o contemporanea, di teatro comico o drammatico, deve stimolare il dialogo e alla riflessione. E deve soprattutto dare una lettura del presente. Il teatro va a soddisfare un bisogno intrinseco dell’uomo, ovvero la necessità di conoscere, di conoscersi e raccontarsi, di ascoltare storie.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Il teatro è in continuo rinnovamento. Anche se non ce ne accorgiamo, viviamo in un continuo spazio di evoluzione, dove idee e progetti non mancano. Da qualche anno il teatro non si fa più solo nel suo spazio deputato, ma grazie a iniziative di gruppo di singoli artisti c’è un nuovo modo di vivere e di intendere la nostra arte. Per fortuna le difficoltà hanno anche un lato positivo, stimolano le menti e la voglia di esprimersi, di comunicare e di credere in quello che si fa. Chiaro che un modello che accolga tutte queste nuove correnti teatrali aiuterebbe, ma al momento da parte delle istituzioni manca, a mio avviso, un’aderenza con la realtà.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Rispetto agli altri paesi europei, lo stato italiano non sostiene il teatro come dovrebbe. Chiaro che le difficoltà ci sono in tutti i settori, e che giustamente ci sono cose più importanti. Ad esempio, in un paese dove la sanità ha buchi di bilancio e fa acqua da tutte le parti, come si può pensare che ci sia una particolare attenzione verso la cultura e il teatro? Ecco un ragionamento generalista; bisogna prendere il problema per quello che è e cercare di risolverlo. I dati parlano chiaro: per ogni euro investito in cultura, ne rientrano due. Può continuare a sembrare un luogo comune, ma la cultura muove l’economia, e in un paese come l’Italia bisognerebbe avere più intelligenza nel tutelare e nel valorizzare ogni forma di arte. Non tutti beneficiano allo stesso modo degli interventi dello stato. Le compagnie indipendenti e di ricerca (che da anni ormai costituiscono una forza sempre più importante del panorama teatrale italiano) spesso non hanno modo di godere di nessun beneficio o quasi. L’ultima riforma legislativa per lo spettacolo penalizza in modo particolare questi gruppi, per i quali diventa sempre più difficile lavorare. Il teatro italiano nasce come teatro “di giro”. È la natura del nostro mestiere girare per le piazze a far vedere il nostro prodotto artistico. Se anche questa possibilità ci viene tolta, non abbiamo modo di esistere. Speriamo che con i prossimi interventi si tuteli maggiormente anche questo bacino di lavoratori.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

1. Migliorare le condizioni dei lavoratori dello spettacolo e delle offerte al pubblico.
2. Rimodellare il sistema teatrale italiano in base alla realtà delle cose e non basandosi su idee e modelli che non combaciano con le necessità e le esigenze del teatro di oggi.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

I classici, come si dice, sono intramontabili, senza tempo. E non si tratta di frasi fatte. I classici portano i grandi temi dell’umanità e le domande esistenziali che l’uomo si è sempre posto e che deve continuare a porsi. I classici hanno ancora senso e sempre lo avranno; la differenza la fanno l’idea registica e la conseguente messa in scena. Bisogna interpretare il classico contestualizzandolo al giorno d’oggi, trovando delle analogie con il presente, non prendendolo come un pezzo da museo, ma leggendolo con una chiave contemporanea. Bisogna avere l’intelligenza e la creatività di portare in scena qualcosa che parli della nostra società, del nostro tempo. Spesso invece, la tendenza è quella di mettere al centro se stessi, dimenticandosi il ruolo del teatro, ma facendo del palcoscenico una sorta di vetrina di lusso della propria persona, del proprio sentirsi artista. Non si possono togliere di scena i grandi classici. Serve leggerli, vederli e recitarli per tornare a fare un punto della situazione. Anche per chi fa drammaturgia contemporanea. Un direttore artistico può influire molto sulla stagione di un teatro. A partire dai gusti personali per finire al suo “peso” politico.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Penso che la dicitura “dittatura teatrale” si possa associare al sistema, alla bolla chiusa delle istituzioni, dei teatri, dei circuiti. Insomma una dittatura politica e mentale, fatta di modelli precostituiti che non corrispondono al mondo reale. Ad oggi sono tantissimi i festival di teatro off, dove artisti che non riescono a trovare il loro spazio hanno la possibilità di esprimersi per un pubblico non convenzionale e nuovo. Manca il collegamento tra questa materia viva, pulsante e il circuito del teatro istituzionale. Ci sono eccezioni che confermano la regola, di compagnie emergenti che riescono ad approdare su palcoscenici importanti e di teatri che si aprono a questo mondo, ma si tratta di casi più unici che rari. Si può e si deve lavorare ancora e molto in questa direzione. Purtroppo le leggi sullo spettacolo dal vivo condizionano notevolmente non solo i grandi e medi teatri (con le relative compagnie stabili), ma soprattutto i giovani.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

È il teatro che sta nascendo da questo momento storico. Nessuno è davvero soddisfatto e contento. Si fatica molto a trovare il proprio spazio. Il pubblico è stufo di andare a teatro e di non riconoscersi in quello che vede. La critica inizia a togliersi la maschera e a dire quello che pensa realmente. Il punto in comune si trova quando hai una prospettiva di crescita artistica personale e collettiva, se parli al pubblico con onestà e dandogli il giusto rispetto.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Lo spettatore è fondamentale. Perché sia teatro ci deve essere almeno una persona che racconta una storia ed anche una sola persona che ascolta. Lo spettatore è il fine ultimo del teatro e delle arti in generale. Qualsiasi tipo di spettacolo deve nascere e crescere con l’idea chiara di far riflettere, di intrattenere, far ridere, porre domande, dare il proprio punto di vista o aprire molteplici significati rispetto ad un argomento, tutto in funzione del pubblico. Molto spesso invece ci si dimentica questo obiettivo, realizzando spettacoli che sono autoreferenziali, teatranti che parlano di teatro o che si rivolgono al mondo del teatro, come in un circolo vizioso, dove risulta più importante il giudizio di un collega o di un critico rispetto a quello del pubblico. Lo spettacolo deve essere un continuo dialogo tra artista e pubblico, che sia uno spettacolo in quarta parete o uno sketch di stand-up comedy. Quando noi di Generazione Disagio stiamo per andare in scena, tra una battuta e l’altra per allentare la tensione, ci ricordiamo che siamo lì per raccontare una storia; e che nella platea c’è gente che quella sera ha deciso di investire il proprio tempo e il proprio denaro per vivere un’esperienza di condivisione e scambio reali. Il pubblico è intelligente, consapevole e furbo. Merita tutta la nostra attenzione e gratitudine, se non altro perché in quel momento sta credendo in te e nella tua idea di arte. O per lo meno perché ti sta dando possibilità di parlargli e di convincerlo. Non puoi prenderlo in giro e fingere. Devi a tua volta credere profondamente in quello che fai per farlo credere anche a lui. Pertanto la sua formazione dovrebbe essere uno dei primi obiettivi del teatro stesso. Questa formazione deve partire prima di tutto da noi che il teatro lo facciamo, deve essere una nostra responsabilità. Bisogna aprirsi sempre più al pubblico attraverso la serietà e la professionalità, il rispetto e il dialogo. Bisogna prendere il pubblico per le mani e accompagnarlo dentro il mondo del teatro. Si dovrebbero istituire delle giornate aperte dove si facciano visitare gli spazi teatrali, i laboratori di scenografia e sartoria, dove si faccia vedere come noi teatranti lavoriamo, perché no farli assistere alle prove. Da poco il ministero dell’istruzione ha incluso il teatro come materia curriculare nelle scuole. È una notizia molto positiva, perché oltre a creare più posti di lavoro e rinforzare la presenza del teatro nelle scuole, potrà dare la possibilità ai ragazzi di interfacciarsi con dei veri professionisti della scena, con gente che ha vissuto e vive sulla propria pelle cosa vuol dire “fare teatro”; gente che ha dalla loro le conoscenze e le esperienze giuste, oltre che la voglia di creare il pubblico di domani, quello che andrà a vedere i suoi spettacoli tra qualche anno. Per chiudere vi racconto un’esperienza che ricordo con molto piacere. Dopo una replica di un nostro spettacolo ad Orbassano (To), ci siamo messi in macchina e ci siamo partiti alla volta di Parigi, per vedere il Macbeth al Théâtre du Soleil, una zingarata alla “Amici miei”. Lì avviene qualcosa fuori dall’ordinario, un modo molto particolare di far sentire il pubblico parte integrante del teatro. Quando entri in foyer gli attori ti accolgono, ti offrono da mangiare, si intrattengono per una chiacchiera con te prima dello spettacolo, si vestono e si truccano in camerini nei quali è possibile sbirciare, insomma si tratta di un’esperienza che fa sentire il pubblico parte di quello che sta accadendo. C’è bisogno di iniziative del genere. Anche solamente fare un dibattito dopo una replica è molto importante, permette al pubblico di entrare nel tuo mondo e nel tuo lavoro.

Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

La nostra “missione teatrale”, come collettivo Generazione Disagio, è di riuscire a parlare ogni sera al pubblico presente in sala e fare in modo che sia un momento di festa, di condivisione vera e sincera. Non a caso il nostro primo spettacolo “Generazione Disagio – Dopodiché stasera mi butto” è una sorta di manifesto del disagio che i giovani della nostra generazione (che noi identifichiamo in una larga fascia d’età dai 18 ai 45 anni) si trovano a vivere quotidianamente. Lo rappresentiamo attraverso il meccanismo del paradosso e della risata, che diventa rivelatrice e liberatrice allo stesso tempo. Si ride, ma amaro. Siamo noi stessi i primi a prenderci in giro e coinvolgiamo il pubblico (nel vero senso della parola, scegliamo qualche fortunato e lo portiamo sul palco) in questa pubblica rappresentazione dei nostri sogni e desideri, delle nostre mancanze e colpe, dei nostri piccoli “suicidi” quotidiani. Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme come collettivo, ci siamo resi sempre più conto della forte necessità del teatro, soprattutto da parte dei giovani. Bisogna però avere la capacità e la tenacia di trovare nuove forme e nuove modalità di comunicazione con il pubblico. Se vuoi avere la sala piena, devi andare a prenderti il pubblico dalle strade, dai bar, dalle biblioteche. Il tipo di promozione che facciamo noi in prima persona, mira a questo, ad avere un rapporto diretto con lo spettatore. A partire dalla promozione urbana, passando per lo spettacolo, fino ad arrivare al post spettacolo, che spesso organizziamo in dibattiti aperti o in chiacchiere davanti ad un bicchiere d birra o di vino. Il teatro me lo immagino forte e in salute, un teatro per tutti – come dicevano Giorgio Strehler e Paolo Grassi – un teatro popolare e inclusivo, diffuso in tante forme e in spazi diversi, non più solo nei teatri. Negli ultimi anni il numero di spettatori sta aumentando, questo vuol dire che c’è una riscoperta e un acceso interesse verso le arti dello spettacolo dal vivo. Ma bisogna lavorare tanto, per migliorare le condizioni di lavoro di tutti gli addetti e le offerte al pubblico. A mio avviso, si dovrebbe avere più possibilità di accesso a questo tipo di eventi, dai concerti agli spettacoli alle mostre. Io ad esempio andrei a vedere tutte le mostre e tutti gli spettacoli, ma poi farei fatica a pagare le bollette; certo, non dico che si dovrebbe entrare gratis, ma sicuramente ci vorrebbero più incentivi e si dovrebbe portare la cultura al posto che le compete.

https://www.youtube.com/watch?v=0hjh7lJd_Ek

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