Gabriele Russo: hanno dimenticato gli ingranaggi più importanti dell’industria, gli attori

Gabriele Russo

Gabriele Russo è attore, regista e consulente artistico del Teatro Bellini di Napoli. Dal 2009 comincia il lavoro di pedagogo all’Accademia del Teatro Bellini divenuta quest’anno Bellini Teatro Factory. Tra le sue regie ricordiamo Gli innamorati di Goldoni del 2007, Il Misantropo del 2008, Odissè – In assenza del padre, realizzato per il Napoli Teatro Festival del 2011, Arancia Meccanica di Anthony Burgess e Il giocatore di Fedor Dostoevskij.

1) Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Dipende. Di che tipo di crisi stiamo parlando? Se parliamo della crisi sistemico-burocratica dell’intero settore, quindi anche giuridica e politica, allora la situazione è preoccupante perché la nuova riforma, pur partendo da un principio corretto di rivisitazione dell’intero settore, si è affidata in maniera preponderante ad una serie di algoritmi e quindi a risultati numerici per determinare coefficienti quantitativi a discapito di quelli qualitativi e progettuali. Immagino che l’obbiettivo fosse quello di determinare un valore complessivo del progetto il più oggettivo possibile ma purtroppo le peculiarità dei teatri e delle compagnie sono troppo diversi fra loro perché i numeri possano avere lo stesso valore oggettivo per tutti. Siamo in un settore complesso dove persino la matematica può essere un’opinione. A Milano 100 vale 100 a Napoli o più in generale al sud 70 può valere 100 perché le condizioni sociali e del territorio sono oggettivamente più difficili.
Il paradosso poi vuole che ad una maggiore criticità del territorio spesso corrisponda un maggiore fermento artistico, tuttavia questa tensione verso l’arte non basta da sola se non c’è sistema, viceversa il sistema può alimentare il fermento che altrimenti rischia di disperdersi, avvilirsi, direi anche deprimersi, compromettendo lo “stato emotivo” delle persone che portano avanti questa professione.
Le difficoltà forgiano ma alla lunga possono stancare, appunto, deprimere. Si tende a credere che li dove ci sono più difficoltà ci sia più necessità di espressione ma questo assunto non mi convince e finisce solo per essere una strumentalizzazione a vantaggio di qualcuno.
Per entrare nello specifico, in considerazione di quanto detto, ricade una grande responsabilità su coloro i quali devono prendere decisioni in merito, distribuire i fondi del FUS, legiferare, stabilire categorie. Non è un compito facile perché ci sarà sempre qualcuno “scontento” ma proprio in questo caso credo sia necessario conoscere ed approfondire il più possibile le singole realtà del paese e soprattutto lavorare su un riequilibrio dell’incomprensibile scompenso emerso dalle ultime assegnazioni fra il nord ed il sud.
Non si tratta di aspirare alla perfezione, magari fosse questo il problema, ma almeno di riconoscere al settore dell’industria culturale quel ruolo strategico e di investimento oggettivo che rappresenta. La battaglia non è per la perfezione ma il più delle volte serve per ottenere ciò che appare ovvio.
Così come è singolare dover continuamente evidenziare l’importanza della cultura, della formazione, della ricerca, ho quasi la sensazione che a forza di riempirsi la bocca di queste parole esse perdano di significato. Concettualmente sarebbe auspicabile cominciare a ragionare partendo da questa profonda consapevolezza, direi ancora una volta, da questa marcata ovvietà. Diversamente ho la sensazione che tutto appaia come una richiesta di “elemosina” allo stato. Non è così. Ironicamente ti dico che lo stato dovrebbe erogare i contributi accompagnando all’erogazione una lettera di ringraziamento e dall’altro dovrebbe controllare che quel contributo venga investito in modo appropriato e rispondente ai motivi per i quali ti sta ringraziando.
Lo stato partecipa alla creazione di posti di lavoro, indotto, turismo, si arricchisce il sapere, l’aggregazione, il senso civico.
Il ritorno è incalcolabile sotto tutti i punti di vista. La situazione diventa addirittura drammatica se ci riferiamo ai contributi regionali che anche quando assegnati vengono erogati con ritardi inaccettabili, in Campania siamo fermi ai contributi del 2013, siamo tutti in attesa del pagamento dei contributi assegnati per 2014-2015 e 2016 e le aziende, grandi e piccole, sono costrette a chiedere anticipazioni alle banche per ottemperare agli impegni assunti, anticipazioni bancarie sulle quali si pagano montagne di interessi che vanno dunque ad erodere significativamente il contributo stesso.
Tornando alla riforma, con i suoi pro ed i suoi contro, di sicuro ha aperto un dibattito ed alimentato un movimento più vivace che in passato. Per esempio trovo interessante che siano venute fuori voci importanti di protesta e/o proposte, ad esempio dall’Agis Nazionale l’associazione che comprende tutte le realtà teatrali, pubbliche e private dello Spettacolo dal Vivo, che ha redatto un documento e ha posto in essere delle richieste molto pertinenti, dall’analisi di temi di gestione più “quotidiana”, come può essere quello dei vigili del fuoco o delle agibilità, all’analisi di aree macro riferite anche ad aspetti “artistici”.
E’ importante che in questa sede venga anche fuori la storia di una categoria che fa molta fatica a farsi riconoscere, o meglio, che fanno fatica a riconoscere, ovvero quella degli attori. E’ paradossale che in una legge che riguardi il settore spettacolo non venga mai citata la figura dell’attore. Questo è indicativo di come si siano dimenticati gli ingranaggi più importanti di questa industria, l’industria dell’immateriale, l’industria del pensiero direi io.
Si parla di crisi del teatro perché è tangibile, ma il primo input deve venire da noi stessi, da un settore quasi sempre poco coeso, diviso e di conseguenza debole.
La crisi generazionale e d’identità? Per quanto riguarda le opportunità potremmo dire che sono poche ed anche quando ci sono la cosa più complessa è metterle a sistema. Ritengo che il nostro teatro, il modo in cui stiamo lavorando io, mio fratello, mia sorella e le persone che lavorano con noi, cerchi di dare delle opportunità a compagnie più giovani, attori più giovani, ma più in generale di far vivere lo spazio teatrale in modo dinamico, aperto e civico, facendo enormi sforzi nel far quadrare i conti altrimenti la “giostra” si ferma. Ma non viviamo tutto questo come qualcosa di speciale, tutt’al più come qualcosa di complesso da gestire perché spesso le “dinamiche del sistema teatrale” non sostengono le necessità reali di un’azienda teatrale. Basti pensare, ad esempio, le enormi difficoltà che si incontrano a voler immettere una giovane compagnia nel mercato più consolidato. Per carità, non siamo mica gli unici a farlo, anzi molti altri vivono le stesse difficoltà profondendo la stessa passione, ma ogni spazio ha le sue specificità, il suo pubblico, le sue esigenze, la sua sala. La nostra sfida, come diciamo spesso, è di rendere popolare un “teatro d’arte” facendo i conti con una sala ed uno spazio di 900 posti, a volte poco adatto a un certo tipo di teatro. L’obbiettivo, già a buon punto raggiunto, è quello di creare un pubblico ampio anche per prodotti “di nicchia” e meno “confezionati”. E’ un’attitudine: se hai passione e amore per questo lavoro vuoi che crescano figure professionali che abbiano poi la possibilità di nutrirsi di questo mestiere e nello stesso tempo curi sempre di più un percorso di avvicinamento del pubblico. Credo sia un piacevole dovere che questo teatro ha verso la città. La conseguenza è l’assunzione di un’identità.
Sicuramente viviamo un momento di crisi delle opportunità ma non credo ci sia un momento di crisi delle idee o dei talenti. Anzi credo che in questo momento ci sia un grande fermento, una grande voglia di fare, di mettere in pratica quello che ognuno di noi ha di buono nella testa. Forse il problema della nostra generazione è la carenza di opportunità che rende difficile questo passaggio fra il lavoro della testa, il lavoro del pensiero e quello poi della pratica. Inoltre è necessario un sistema in grado di garantire servizi quali sale prova, occasioni d’incontro per mettere insieme le persone. Le strutture sono fondamentali, le strutture sono in grado di creare pubblico ed opportunità. Tutti amano frequentare spazi accoglienti, funzionali, che rispondano alla contemporaneità, ancor meglio se la contemporaneità convive con il passato, con la storia.
Un attore dovrebbe poter fare il suo mestiere quotidianamente. La quotidianità migliora, la pratica migliora ed attraverso questa poi può arrivare anche la genialità, il talento. Certo c’è l’istrione, il genialoide, ma anche il talento va disciplinato, va allenato tutti i giorni. Questa secondo me è la cosa che manca di più al teatro italiano. Perché è da questa quotidiana artigianalità, da questo quotidiano fare del teatro la propria vita che può uscire fuori il talento, uno spettacolo geniale, un linguaggio personale.
Mi piacciono i paragoni con gli altri mestieri non per semplificare ma perché credo possano essere utili ad una migliore comprensione per chi questo mestiere non lo fa e non lo conosce dall’interno ed io, quando parlo, penso sempre alla comunicazione con questo pubblico, non amo pensare che si stia parlando solo fra di “noi”. Dicevo, sarebbe possibile immaginare un calciatore che gioca una partita a gennaio ed una ad ottobre? Direi di no. Non potrebbe andare. Per l’attore credo sia la stessa cosa e la graduale diminuzione della tournèe rende tutto molto più difficile. Fare uno spettacolo per poche repliche a mio parere equivale quasi a non farlo, la ripetizione è peculiare di questo lavoro, serve a far crescere il lavoro svolto in prova e a far risuonare sempre di più e sempre meglio il testo, la regia, la recitazione. Sono molti gli aneddoti che raccontano di grandi attori che hanno compreso il senso profondo di una battuta alla trecentesima replica. Il focus rispetto alla consapevolezza del pubblico è comprendere quanta professionalità, quanto lavoro, quanto sacrificio, quanta dedizione ci sia dietro questo mestiere.
Se il pubblico non lo sa o non lo capisce o peggio, lo confonde con altri linguaggi più vicini al linguaggio televisivo, allora il pubblico è in crisi e se è in crisi il pubblico lo è per forza anche l’attore.

2) Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Credo che anche le idee teatrali forti vengano fuori attraverso la quotidianità in cui si forgia il talento, il sistema, le idee e quindi, eventualmente, un’idea di teatro forte.
3) Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Può avere diverse funzioni, da quella didattica a quella ludica o aggregativa ma in ogni caso quale che sia la funzione il pubblico dovrebbe sapere che andare a teatro significa in ogni caso assistere ad un pensiero. Attraverso la forma il pensiero si trasforma o meglio la forma trasforma il pensiero e lo traduce in scena. Quindi stiamo sempre vedendo, che sia commedia, tragedia o qualsiasi altro stile di spettacolo, la traduzione di un pensiero.
Mi augurerei che più di ogni altra cosa il teatro soddisfacesse la curiosità.

4) Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Chiaramente ognuno di noi fa dei percorsi di pensiero, delle esperienze. Io, ritornando allo stesso punto, sono sempre più dell’idea, e questo vale per il teatro ma anche per una città come Napoli, che non bisognerebbe attendere l’extra ordinario. “L’attesa di un modello culturale che debba scuotere le coscienze” mi sa di Aspettando Godot, mi dà l’idea che debba arrivare qualcuno illuminato ad indicarci la strada. Quindi lo traduco in una forma di Masaniello che arriva e ti libera da qualche cosa. In realtà io credo il contrario. Credo che nell’ordinario, nel fare proprie quotidianamente delle modalità di comportamento, come spettatore, come fruitore, come cittadino, si possano poi scuotere le coscienze.

5) Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

I dati dicono che l’Italia sia uno dei paesi con l’investimento del Pil nel settore culturale più basso d’Europa. Se lo rapportiamo al valore dell’euro c’è poco da dire, il FUS andrebbe raddoppiato, ad oggi è una cifra impropria in rapporto a ciò che produce e rende allo stato. Ma mi sembra che ad oggi una maggiore valorizzazione si stia costruendo.
No, non ne beneficiano tutti. Ci sono delle regole che dovrebbero garantire dei criteri per accedervi o meno che ci si augura siano giuste, trasparenti ed oggettive.
C’è poi il grande problema del rapporto tra il teatro pubblico ed il teatro privato o pubblico ad iniziativa privata. E’ necessario che si regoli anche questo aspetto evitando che il teatro pubblico possa fare concorrenza sleale determinando una corsa al ribasso, ad esempio del prezzo dei biglietti, insostenibile per qualsiasi attività che guardi un minimo ai bilanci interni dell’azienda ma necessari per il raggiungimento di parametri quantitativi dettati dal decreto che ci regola, ed inoltre a nostro avviso controproducente e mortificante per la categoria degli artisti. Questo è appunto un nuovo problema determinato dalla nuova legge che richiede una stanzialità, a mio parere giusta per molti aspetti, di sicuro difficile da difendere al botteghino la cui soluzione non può essere quella di regalare i biglietti. E’ una sconfitta per l’intera categoria ed in particolare per chi la sera va in scena. Si potrebbe obbiettare che il teatro pubblico è, appunto, pubblico e potrei essere d’accordo ma dipende dal tipo di progetto che si propone, se è un progetto di mercato deve avere un valore congruo al mercato, se invece promuovi drammaturgia giovane, sperimentazione ecc. ecc. allora ben venga vendere i biglietti a 2 euro. Ed anche se sarò impopolare presso il pubblico credo invece che sia necessario che il pubblico ne riconosca anche il valore economico così come avviene all’estero. Esistono promozioni e prezzi accessibili a tutti certamente senza mai scendere sotto una certa soglia. Se, purtroppo, non ci si può permettere nemmeno quella soglia il problema è diverso e riguarda lo stato in termini più ampi. Non a caso fra le cose buone proposte dal nuovo governo c’è la possibilità per studenti ed insegnanti di spendere 500euro in attività culturali rimborsate direttamente dallo stato. Si potrebbe anche immaginare di destinare una quota di biglietti a classi sociali meno abbienti, ma non far passare l’idea che questo lavoro non abbia un costo ed un valore. Diversamente la lotta diventa impari perché i contributi dei teatri pubblici sono imparagonabili con quelli dei teatri privati e la forbice con la nuova riforma si è ulteriormente allargata. In qualsiasi altro settore sarebbe impossibile una cosa del genere, vorrebbe dire il collasso dell’intero sistema. Ecco, prima ho detto lotta, il problema è che non dovrebbe essere una lotta ma ci dovrebbe essere maggiore coesione e si dovrebbe fare sistema.
Infine i dati dicono che il Sud sia stato penalizzato da questa nuova riforma, basti pensare che ad una città come Napoli, esponente primaria della cultura teatrale italiana, non è stata riconosciuta la presenza di un Tric (teatro di rilevante interesse culturale).

6) Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te.

Questa è una domanda su cui riflettiamo tutti i giorni ed è proprio a questo plurale che mi appello per risponderti, perché la pluralità è importante, io quando rispondo ho sempre presente che in qualche modo non parlo solo a nome mio ma rispondo sempre di una pluralità determinata dalla condivisione del lavoro con i miei fratelli ma anche pensando al nostro passato o al fatto di sentirmi appartenente ad una categoria, forse questo rispondere ad una pluralità e non solo a se stessi sarebbe una prima misura necessaria. Ribadisco poi la necessità di trovare soluzioni perché gli spettacoli non muoiano dopo poche repliche e quindi di cercare di ricostruire le tournée attraverso un sano lavoro dei circuiti e dei comuni. E poi ce ne sono molte altre che sarebbero molto più semplici e non capisco perché non si realizzino subito, aiuti alle imprese culturali di diverso tipo molti dei quali contenuti nel documento redatto poco tempo fa dall’Agis. Esigenze concrete, pratiche.
È urgente, senza dubbio, che molti di questi regolamenti tengano conto e guardino la categoria degli attori.

7) Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Nel nostro caso, poiché completamente libera e condivisa con mio fratello Daniele con cui abbiamo una visione comune, non è condizionata da dinamiche “altre”, cerchiamo di fare esclusivamente quel che pensiamo sia meglio per il teatro e per il pubblico al quale ci stiamo rivolgendo. Anche dietro la programmazione di una stagione c’è un pensiero e quindi attraverso quella programmazione si esprime un modo di pensare e vedere il teatro.
L’Accademia del Teatro Bellini è in evoluzione. Da questo triennio la gestirò personalmente secondo una nuova idea che veda formazione e pratica camminare parallelamente, si chiamerà Bellini Teatro Factory e sarà un laboratorio permanente di idee, tenderemo a realizzare tutto quel che immagineremo dandoci degli obbiettivi concreti… è complesso spiegarla in poche parole ma posso dire che sarà un luogo in continua trasformazione, so quel che è ma non so quel che diventerà e già questa possibilità di evoluzione contiene in se una diversa accezione della formazione. A breve selezioneremo 10 massimo 12 allievi/attori ma anche due allievi/registi e due allievi/drammaturghi in modo da avere tutti gli elementi necessari alla creazione complessiva di uno spettacolo teatrale. In quanto alla proposta dei classici nelle stagioni, se trovi nei classici quel che vuoi dire oggi, ben venga. Se trovi nei classici un modo di recitare contemporaneo, ben venga. Come formazione la ritengo indispensabile per un motivo molto semplice che non riguarda propriamente la recitazione. Credo che studiare e recitare i classici consenta di apprendere inconsapevolmente la drammaturgia, il dramma che c’è all’interno di una scrittura scenica, il senso ritmico di un testo, intendendo con ritmo il ritmo della parola, della situazione emozionale che c’è all’interno. Mettendo in scena i classici si apprende sempre qualcosa che poi si ritrova quando si mette in scena il contemporaneo. E riconosci un buon contemporaneo se ritrovi quella sapienza drammaturgica che i classici insegnano.

8) Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

In verità non lo so e comunque dovrebbero esserci regole tali per le quali non dovrebbe accadere. Solo la politica può evitare che accada. Invece in quanto all’imporre artisti, è certo che in ogni ambiente ci siano persone esperte, di carisma o anche solo di potere che indirizzano, indicano, a volte creano delle “mode”. Se si tratta di mode queste lasciano il tempo che trovano. Altre volte, invece, queste stesse persone hanno la capacità di indirizzare e aiutare degli artisti notevoli.  In questo senso mi sento di essere più morbido perché rispetto a quel che c’è da combattere fuori, ovvero il mercato televisivo, i social e tutto ciò che viene denominato mercato e che si impone facilmente al grande pubblico, è naturale che ad un certo punto vi sia qualcuno che difenda, caldeggi, porti avanti qualcuno nel quale crede, basta che non diventi una dittatura o imposizione del gusto. In questo senso la dittatura teatrale potrebbe anche essere una forma di “difesa”: se non ci fosse qualcuno a proteggere e ad affezionarsi ad un progetto artistico non ci sarebbe veramente più niente. Se tutto fosse più naturale probabilmente non ci sarebbe questa necessità.

9) È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Non ricordo il nome, ma un critico diceva: è molto facile fare uno spettacolo che piaccia al pubblico. È molto facile fare uno spettacolo che piaccia alla critica. È impossibile, o molto difficile, fare uno spettacolo che piaccia al pubblico e alla critica. Credo che questo sia valido ancora oggi e noi cerchiamo di fare questo lavoro ma soprattutto, di fare un lavoro onesto. Se vuoi strizzare l’occhio alla critica c’è modo di farlo e se vuoi strizzare l’occhio al pubblico altrettanto. Sicuramente quello di mettere d’accordo entrambi è il lavoro più difficile.  Come già detto, noi al Bellini ed al Piccolo Bellini stiamo cercando di rendere popolare un teatro d’arte, soprattutto stiamo cercando di far vivere lo spazio in modo dinamico, aggregativo, stiamo cercando di non legare il pubblico ai nomi in stagione ma allo spazio in sé. Uno spettacolo di ricerca in uno spazio di centocinquanta posti è difficile ma ha una proporzione giusta. Prendere quello stesso spettacolo e metterlo nella sala grande è stata ed è una sfida importante ma necessaria per un teatro che provi ad unire, a mettere d’accordo pubblico e critica.

Si dice che il teatro debba dividere il pubblico, bah, non lo so, ho assistito a spettacoli di grande valore che hanno messo d’accordo il pubblico, spettacoli poetici, comunicativi e credo che abbiano reso un servizio al teatro più importante e permanente di quanto non facciano quegli spettacoli che dividono ed inevitabilmente finiscono con l’escludere parte del pubblico, dunque per il momento penserei ad unire sotto il segno di un teatro che abbia segni e una connotazione precisa, che riesca a comunicare con il pubblico senza diventare intrattenimento vuoto o di contro puro esercizio autoreferenziale destinato ai soli addetti ai lavori, in un caso o nell’altro per me si può parlare di fallimento.  Per riuscirci credo che gli attori servano più dei registi. Ed io faccio il regista prevalentemente, quindi sono molto oggettivo in quello che dico. Il teatro di regia non parla quasi mai ad un grande pubblico, se deve scegliere fra critica e pubblico sceglie i primi. Comunque sia mentre ne parliamo avverto l’assurdità insita in questo discorso e nel voler dividere queste due categorie pensando di lavorare per gli uni o per gli altri. Sono importanti i registi come gli attori, gli uni senza gli altri muoiono. C’è un rapporto di dipendenza fra le cose che rende l’idea di una macchina molto più complessa in cui i singoli pezzi, da soli, valgono poco o nulla, quindi si, è più necessario unire che dividere.

10) Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Lo spettatore è fondamentale. Tutto quello che dico fa sempre riferimento a qualcosa che vedo con i miei occhi, che riscontro tutte le sere. Come costruttore dei miei spettacoli e per tutti quelli che vedo ogni sera posso dire che uno spettacolo in una sala da novecento posti con cento spettatori è un buono spettacolo ma lo stesso spettacolo nella stessa sala con tutto esaurito diventa uno spettacolo bellissimo. La prospettiva cambia perché lo spettatore è un altro attore e credo che valga per tutte le attività dal vivo. Vale anche per il calcio. Se vedi una partita in uno stadio vuoto è meno coinvolgente che vederla in uno stadio pieno, però se riempi lo stadio di un pubblico che non ama o non conosce il calcio rischi lo stesso un pasticcio ma a differenza dello sport il teatro può fare bene anche a chi non vi è avvezzo come quegli alimenti che non preferisci ma fanno bene alla salute.
Attore e spettatore sono i due elementi essenziali per fare uno spettacolo. Pensare ad un teatro senza pubblico è impossibile.  E’ anche importante, però, che sia uno spettatore formato. Questa parola per me è molto complessa, perché cosa vuol dire formare uno spettatore? Più che formare lo spettatore penso si debba appassionare lo spettatore, incuriosire lo spettatore. Formare lo spettatore mi sembra anche un po’ presuntuoso. Se da un lato il teatro come forma d’arte è fondamentale dall’altro però non può essere il teatro a risolvere tutti i problemi della società civile. La formazione di uno spettatore, dunque di una persona attenta e curiosa, è compito del teatro laddove offre un certo tipo di programmazione e lo affianca ad un lavoro di comunicazione, informazione e aggregazione ma è compito anche della scuola, della politica, dell’importanza attribuita alla cultura. Se sei una persona con degli interessi, curiosa, è normale che tu vada a teatro da spettatore interessato e curioso. In quel caso il teatro può attrarre, sedurre, appassionare, emozionare.
Il teatro ha salvato persone che provenivano da gravi disagi sociali attirandoli a se e dunque formandoli in questo caso come attori, non come spettatori per cui c’è una commistione di responsabilità troppo ampia. Nel frattempo sono contento di notare che il teatro sta diventando con sempre più frequenza materia scolastica e che il governo stia insistendo nel promuovere questa materia nel percorso scolastico.

Extra: Prima di salutarti, ringraziandovi per la collaborazione, ti chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua missione teatrale?

In questo periodo di studio relativo alla prossima messinscena de Il giocatore di Dostoevskij riadattato da Vitaliano Trevisan considerati alcuni riferimenti del testo pensavo ad Amleto. Vedo un parallelo tra i dubbi su come mettere in scena uno spettacolo e i dubbi della vita. Per cui immagino il teatrante come qualcuno che pensa e cerca di risolvere qualcosa che non potrà mai risolvere. Un po’ come la vita. Non è una missione come non è la vita in sé per sé, semmai è un’esperienza.
Come immagini la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?
Forse, ma non lo so perché ero troppo piccolo, trent’anni fa si poteva avere una visione dei successivi cinque anni abbastanza chiara. Oggi le cose scorrono così veloci che tutto viene consumato e bruciato in pochissimo tempo. Penso che il segno della nostra epoca venga ben individuato da Bauman con il concetto della liquidità. In un mondo liquido è più difficile fare delle previsioni a lungo termine. Penso però che il pubblico andrà sempre di più a teatro.
Un aspetto positivo a cui penso è che i teatri possano realmente riempirsi perché quanto più aumenta il mondo liquido, e soprattutto, il mondo virtuale, tanto più la gente avrà necessità di ricercare l’incontro, lo spettacolo dal vivo. Magari tra vent’anni non esisteranno più i negozi e diventeranno tutti luoghi d’incontro. Proliferano luoghi dedicati a cibo, bar, musica dal vivo. Dunque luoghi d’incontro. E spero, quindi, anche sempre più teatri o almeno teatri sempre più pieni. Perché il tempo libero sarà sempre più un mercato, sarà sempre più un tempo da costruire e da riempire. Non so se nei prossimi cinque, non so se a Napoli. Ma in generale, in giro, è così.

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