Fiori d’asfalto ed altre solitudini: le poesie di Allan Corsaro [INTERVISTA]

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Fiori di asfalto e altre solitudini è la prima raccolta di poesie di Allan Corsaro, edito da Round Midnight Edizioni,  in cui l’autore, di cui non si sa nulla, racconta la solitudine urbana in un viaggio notturno illuminato dai lampioni e dai fanali delle automobili, dove si sente forte l’assenza umana, il reale valore della condivisione e della comunità. Una solitudine pubblica, che Corsaro descrive con grande efficacia attraverso felici intuizioni

Stiamoci accanto

occhi negli occhi

dita contro dita

imitando le nostre rispettive solitudini

cerchiamo in quest’attimo tutto quanto è sfuggito ai

[nostri giorni

quelle strade che percorrevamo in silenzio

con la testa contro il tramonto

e anche attraverso un metro di lettura specifico dei nostri giorni, di un tempo piccolo che trova appagamento nel sogno. Una poesia che resiste nel punto di vista del suo autore, dove non c’è il conforto, per il lettore, della parola scritta ma solo un pretesto per ritrovarsi. Ci si smarrisce all’interno di versi, compilati di getto, ossessivi, che invadono gli occhi con immagini vivide, vorticose, messe lì, affollate, nello spazio ridotto di una pagina, sempre sul punto di esplodere. Non ci sono titoli a intestare i versi, solo un flusso incondizionato di parole da bere d’un fiato.

L’abbiamo intervistato per farci aprire, un po’ di più, il suo mondo.

1) Scrivi solo poesie? Che valore ha una poesia oggi?

Si, scrivo solo poesie. Sono incostante e pigro, la poesia si addice maggiormente alla mia indole. Scrivere un racconto o addirittura un romanzo richiede costanza e disciplina, doti che ho sempre ammirato ma che continuo ad anelare con scarsi risultati. Si racconta che Kerouack abbia scritto “Sulla strada” quasi di getto, su un rotolo di carta, per non smettere mai di scrivere, lui era di sicuro un fuoriclasse, ma leggende a parte, dietro c’è un grande lavoro, anni di esercizio con la scrittura. Ecco io sono più sfaticato e spesso prediligo le poesie anche come lettore.
Non saprei che valore abbia la poesia oggi, se abbia un valore peculiare oggi più di ieri. Non sono molto convinto che le rivoluzioni nell’ambito della comunicazione degli ultimi anni abbiano intaccato il valore estetico di una bella poesia o di un romanzo come di un dipinto. Cambiano i linguaggi e gli strumenti ma la bellezza, quando c’è, credo la si riconosca. In quello che scrivo non c’è un intento sociale, né tantomeno ritengo che la poesia debba avere una missione esplicita in tal senso. Credo più semplicemente che la bellezza, un autentico atto estetico, abbia sempre una portata politica.

2) Perché prediligi la notte per scrivere?

In realtà non prediligo un orario preciso per scrivere. Direi che a fare la differenza sia uno stato mentale, una disposizione dell’animo che per quanto mi riguarda consiste in una specie di sospensione delle cose, un momento di stallo delle ore, un limbo in cui ciò che domina è un senso di distacco da tutto quanto c’è intorno. Questo sentimento corrisponde ad una specie di apnea, è come se la mente trattenesse il respiro. Ecco questo stato mentale è quello che mi è più congeniale per scrivere e se dovessi dargli una corrispondenza temporale penserei al pomeriggio, il dopo pranzo, la cosidetta “controra”, il momento dove è massimo l’ozio, il gusto del non far niente, dove la malinconia in senso napoletano: “l’appocundria” ha il sopravvento. Si tratta di un sentimento e in quanto tale non è detto che non possa manifestarsi in un altro momento della giornata.
La notte è meno probabile in realtà, la notte è il momento più sensuale della giornata, di notte i sensi sono più attivi, ci sono troppi stimoli, troppe distrazioni.

3) Che cos’è la solitudine per te?

La solitudine, quella presente anche nel titolo del libro, è una solitudine al plurale. Non credo esista un solo tipo di solitudine né che la solitudine abbia una connotazione puramente negativa o positiva. Le solitudini che ricorrono nel libro, ad esempio, non hanno a che fare con una mancanza specifica e dunque con l’anelare al colmare ciò che non può essere colmato. Non riguardano, ad esempio, la mancanza di valori, della persona amata o di chicchesia ma la presa di cosapevolezza di essere soli quando ci si trova di fronte alla persona amata come ad un gatto che ti guarda ghignando mentre caga, come descrive Bukowski in una sua poesia o come è successo al buon Domenico Cosentino. Ecco, in definitiva, si tratta dell’essere soli con il proprio sentire, nessuna tragedia, nessun rimpianto, è solo una presa di consapevolezza, poi bisogna capire cosa farci, io provo a scriverci poesie.

4) Com’è il mondo visto dai fiori d’asfalto?

Distante. I fiori d’asfalto sono quei fiori che sbocciano improvvisi in luoghi inaspettati, come i papaveri sui marciapiedi. Credo esprimano una sorta di distacco dal circostante, sono una ferita, una scheggia impazzita delle cose. Credo in questo risieda la loro bellezza.
5) Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Hai altri riferimenti artistici?

Ho amato molto gli scrittori della Beat generation, Kerouack ad esempio. È stato quando ho letto “Urlo” e “Kaddish” di Allen Ginsberg che sono stato folgorato dalla forza e immediatezza delle immagini, da un modo di scrivere poesia che non avrei mai immaginato. “A Coney island of the mind” di Ferlinghetti è un altro esempio della poesia che mi piace e con lui anche Bukowski.
Tra i miei poeti preferiti su tutti c’è T. S. Eliot “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”, “Gli uomini vuoti”, “I quattro quartetti” e “La terra desolata” sono le opere che più mi hanno entusiasmato. Mi piacciono molto Montale e Pasolini, di quest’ultimo “Il pianto della scavatrice” in particolare.
Un altro scrittore la cui storia e poetica mi ha profondamente segnato è Reinaldo Arenas di cui spero, in un futuro prossimo, di poter leggere le opere più importanti che ad oggi non sono state ancora tradotte in italiano. Tra gli artisti che più mi piacciono ci sono alcuni pittori: gli impressionisti Monet e Renoir e poi Picasso e Jean Michel Basquiat.

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