Filumena Marturano

filumena marturanoQui si parla di quel teatro figlio della nostra storia. Da napoletano, come sono stato cresciuto, non mi è mai stato permesso di non sapere chi fosse Eduardo e cosa avesse scritto.
A piene mani ho affondato crescendo nel citazionismo eduardiano, dallo sprezzante “voglio ‘a zupp’e latte, se no nun me soso”, al “te piace ‘o presepe”, fino a “i fantasmi non esistono, li creiamo noi, siamo noi i fantasmi” e “‘E figli so’ figli e so’ tutt’eguale!” .

Proprio quest’ultima frase ricorre come un mantra, più volte Filumena la utilizza per chiudere il discorso sulla presunta paternità di Mimì, come il più stereotipato dei “così è” e “perché si” che ogni napoletano che si rispetti, crescendo, ha imparato a dire per chiudere un discorso e tenere dalla sua la ragione.

La napoletanità irrompe con naturalezza grazie all’interpretazione di Gloriana che, dismettendo l’atteggiamento da showgirl, cantante, entertainer con la quale meglio la conosciamo, deve semplicemente empatizzare la condizione umana di rassegnazione, pazienza, amore, sarcasmo, caparbietà e tenacia che fluiscono naturalmente dove la cultura di appartenenza di tali condizioni è pervasa. Siamo napoletani, ci riconosciamo nei sacrifici di Filumena, le concediamo un passato difficile di prostituzione giustificato dalla necessità di provvedere alla famiglia, giustifichiamo l’abbandono dei figli di padri ignoti, condividiamo il suo dolore di madre sacrificale, pensiamo “ha fatto bene” quando dichiara di aver derubato per anni Don Mimì Soriano per dare ai figli la possibilità di crescere e formarsi. Filumena Marturano è santa nell’accezione popolare che rappresenta.

Nello Mascia allora resta a margine, interpreta leggermente e con voce più smorzata i toni del benestante cui tutto è concesso, e la rigidità di movimento, il 3/4 di spalle, le pause miste a scatti d’ira raccontano la sua colpevolezza, posizionandolo sul piatto della bilancia mancante di peso e misura e cui niente è concesso, se non l’atto finale, il riconoscimento del fatto che “‘E figli so’ figli e so’ tutt’eguale!”, la redenzione del padre mai stato padre eppur padre solo perché tre uomini sconosciuti chiamandolo “papà” trafiggono un ego vecchio e solitario, ormai stanco e arrendevole.

Filumena Marturano è a casa nostra, è la vicina di casa, la signora del basso nel vicolo accanto, quella che ci passa accanto quando siamo in strada, quella che incrociamo in fila alla posta. Con questo spirito mi sono seduto al San Ferdinando, volevo assistere ad uno spettacolo di cui sapevo e avevo visto le molte trasposizioni, volevo concedere a Gloriana il beneficio del dubbio, e non conoscevo molto altro.

Un testo classico come Filumena Marturano, rappresentato nella sua casa, o meglio nella casa di Eduardo, il teatro San Ferdinando immerso nei vicoli, dove trovare una vera Filumena è cosa facile, viene diretto dal Nello Mascia regista con una volontà moderna. Degni di nota infatti i movimenti scenografici, semplici pannelli indicano l’altrove, aprono e chiudono stanze, e con le giuste luci ci troviamo all’esterno o in corridoio proiettati con naturalezza. Due fuochi al centro, il tavolo delle trattative di Don Mimì e il trono della santaelementi rotanti che nascondono volti e rivelano scomode verità. Poco credibili alcuni espedienti narrativi e trovate da avanspettacolo come a dare “una battuta in più” agli altri attori, Cloris Brosca (Rosaria), Giancarlo Cosentino (Alfredo), Antonio D’Avino, Antonio Filogamo e Gianluca d’Agostino (‘e figli), Rossella Amato, Valentina Elia e Sergio Caporaso, che però vestono i panni di comprimari cui la concessione è data in quanto sempre in parte e per questo credibilità d’attore a compensare.

 

© foto di Pino Miraglia

 

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