Fedeli d’Amore ma non alla linea di Dante

I Fedeli d’Amore del nuovo lavoro di Teatro delle Albe, scritto da Marco Martinelli e interpretato da Ermanna Montanari, qui anche in veste di coautrice e coregista, sono coloro che, nel solco dei lirici provenzali trobadorici, riconobbero nell’amore un’energia spirituale trasfigurante che riesce a innalzare la condizione umana fino al raggiungimento dell’amore di Dio. Simbolo di questa catarsi progressiva è la donna che riflette la bontà divina ed è il tramite tra l’uomo e Dio.

Ermanna Montanari affida alla sua voce le parole del testo di Martinelli e crea, con grande mestiere, una partitura sonora che si avvale della tromba di Simone Marzocchi e della musica di Luigi Ceccarelli. Complice una scenografia fatta di luce ed ombre, creata da Anusc Castiglioni ed Enrico Isola, lo spettacolo dovrebbe raccontare le ultime ore di vita di Dante Alighieri quando, da esule, moriva di malaria a Ravenna assistito da sua figlia Antonia.

Il sottotitolo, “Polittico in sette quadri per Dante Alighieri”, dovrebbe alludere al percorso aperto che le Albe vorrebbero affrontare fatto di squarci improvvisi e allusivi sull’attualità. Siamo nel 1321 e una fitta nebbia penetra la finestra della stanzetta di Dante che, come precisato nelle note di regia, rappresenterebbe il delirio del Poeta, il suo pentimento per aver scritto la Commedia. Cosa che non accadde mai e che si tratta semplicemente di una licenza poetica di Martinelli. Al di là di questo riferimento fasullo, il testo segue, in maniera confusa e referenziale, la vita di Dante e crea ponti con le problematiche che attanagliano i nostri giorni. Nonostante ciò, di Dante non c’è neanche l’ombra, a dispetto della scenografia, e le citazioni a caso prese dal “De Vulgari Eloquentia” o dalla “Commedia” non abbelliscono il lavoro ma lo rendono solo più confuso.

Uno dei quadri presentati è un rap sull’Italia che ricalca parodisticamente, anche nei toni, la “Napucalisse” di Mimmo Borrelli e sovrappone l’italiano al romagnolo per dare maggiore carnalità ad un testo francamente banale. E il brano finale, recitato sul proscenio, con il verso «anche a Dante pare che il suo poema non sia che paglia che verrà dispersa dal Tempo», come a dire “stiamo affossando la nostra cultura”, sembra l’orazione di un prete che accusa i suoi fedeli di essere peccatori o, ancora peggio, la rassegnazione di un’elite intellettuale.

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