Emone, la traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato

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La storia di Antigone è nota: nella tragedia di Sofocle, Antigone si oppone al re di Tebe, suo zio Creonte, per seppellire contro il suo divieto il fratello Polinice. Creonte dispone per lei una condanna a vita. Quando la revoca, persuaso dall’indovino Tiresia e dal coro, è già troppo tardi. Antigone si è impiccata. Dopo di lei si toglieranno la vita Emone, suo promesso sposo e cugino, ed Euridice, moglie di Creonte, lasciando il re solo con il proprio dolore. Fa parte della solita saga dei Labdacidi, quella stirpe dannata progenie di Laio e poi di Edipo.

La storia di Antigone è nota. Più raro è sentirla raccontare a partire da un altro punto di vista. È questo che si ripromette di fare Antonio Piccolo con Emone, la traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, in scena al Teatro Gobetti di Torino dal 24 al 29 aprile. Il testo, vincitore del premio Platea 2016 ed edito da Einaudi, mette al centro Emone, figura inizialmente marginale della vicenda. Nella lingua di Piccolo riecheggia quella di Basile de Lo cunto de li cunti, un linguaggio arcano eppure vivo, vulcanico.

La regia di Raffaele Di Florio disegna un luogo che sta fuori dal tempo, onirico, decadente, un enorme carillon rotante che continua a girare assieme ai personaggi della tragedia. Gli oggetti di scena vengono rivelati a poco a poco, quando il telo di plastica viene strappato spogliando sempre di più l’involucro per rivelare ciò che sta sotto. È una ricerca della verità, quella che spinge ognuno di loro. E, su tutti, Emone.

Emone (Marcello Manzella) che sogna di fare il medico, per aiutare “signure” e “puvirielle”. Emone figlio di un re, Creonte (Paolo Cresta – metaforicamente immobilizzato su una sedia a rotelle), e promesso sposo di una donna che suo padre condanna a morte. Uomo giovane, sensibile e moderno, che parla come un poeta e pensa come un visionario.

Antigone (Valentina Gaudini) quasi non appare – e quando è presente la sua è una parte priva di vocaboli, un dolore che può essere espresso soltanto attraverso canzoni e grida. La sua voce canta versioni elettroniche delle Folk Songs di Berio, musicalità nate negli anni ’60 per dare voce agli sconfitti, a quelli che nel mare della storia annegano. È piuttosto sua sorella Ismene (Anna Mallamaci) ad essere in scena. Lei è la donna della prudenza, che tenta di dissuadere Antigone dalle sue azioni e il re, suo zio, dalla condanna. Ismene non è fatta per la rivoluzione. Emone sì.

Creonte richiama a tratti il monologo di Servillo ne Il divo di Sorrentino, con quella convinzione inflessibile di chi comanda che ci sia bisogno del male per perseguire il bene. La presunzione di avere sempre gli dei dalla propria parte, a fare da garanti per ogni gesto duro e crudele.

Con Emone la tragedia supera la vicenda di Antigone per trasformarsi in una riflessione sul potere e sulla sincerità. Emone si uccide per amore, sì, ma della verità. Anche la passione per la donna proveniva dalla loro stessa utopica idea di poter cambiare il mondo. Emone s’innamora della “pazzia” di Antigone, del suo andare controcorrente. Meglio morire, allora, che vivere in una città che fa della violenza la sua forza. Meglio l’odore dei cadaveri che, a confronto, sembra profumo dell’Olimpo. Emone parla di democrazia, di dialogo, di tolleranza a orecchie tebane che sembrano non poter sentire (orecchie cieche, come diceva Tiresia a Edipo generazioni prima). Sa di essere nato troppo presto, nell’epoca sbagliata. Se ci fosse stato lui al governo al posto di Creonte, certo le cose sarebbero andate in modo differente.

La giostra non si ferma, in un girotondo vorticoso e senza tregua. E tra luci blu, carillon, abiti, cavalli di plastica, si fa improvvisa una certezza. Non basterebbero altri mille anni per trovare del vero nella vicenda di Antigone, perché ognuno dei personaggi – persino la ridicola guardia che sorvegliava il corpo (Gino de Luca) – possiede una sua versione su quello che accadde a Tebe.

Una storia è sempre il risultato di più voci.

E allora l’unica cosa da fare è sedersi e starle ad ascoltare tutte, una per una.

 

Visto al Teatro Gobetti di Torino il 26 aprile 2018

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