Elvira o la verità della parola

Elvira_004_©FabioEsposito_PiccoloTeatroMilano

Toni Servillo in scena la Teatro Bellini di Napoli dal 24 gennaio al 12 febbraio 2017 nella duplice veste di regista e attore con Elvira, propone un viaggio all’interno e dall’interno del mondo teatrale che per una volta diventa accessibile a tutto il pubblico. Gli occhi degli spettatori spiano attraverso il buco della serratura la costruzione materiale della scena, la lettura del testo, il dialogo tra gli attori ed il personaggio, che seguono il monito assoluto della trasfigurazione del sentimento, dello sforzo quale fine, senza se e senza ma, del mestiere dell’attore.

Una riflessione sul teatro che non si limita, che non resta intrappolata nell’attore ma che grazie al lavoro sul testo è in grado di valicare la linea sottile delineata dalla quarta parete e passare direttamente alla ribalta perché, riprendendo uno dei passaggi fondamentali dello spettacolo, recitare è l’arte di smuovere la sensibilità per cercare nuove strade. Un fiume in piena, un affluire di sentimenti che non è uno specchio d’acqua uniforme.

Un teatro nel teatro. Il testo è quello che la drammaturga Brigitte Jacques ha tratto da un ciclo di sette lezioni tenute al Conservatoire d’Art Drammatique di Parigi tra il febbraio e il settembre del 1940 da Louis Jouvet. Al centro il secondo monologo di Elvira nel Don Giovanni di Molière:  una creatura toccata da uno stato di grazia che supplica l’uomo che l’ha sedotta e abbandonata di redimersi affinché possa salvarsi da un destino ormai schiuso verso le fiamme dell’inferno.

Questa relazione tra il Maestro e gli allievi, in particolare con l’allieva Claudia (Petra Valentini), che interpreterà la protagonista della pièce in costruzione, si sviluppa in una tensione crescente che non è mai a senso unico: è un do ut des in cui sono nudi dinnanzi alla parola scritta dalla quale e con la quale costruiscono pezzo dopo pezzo la loro identità di artisti. Jouvet/Servillo cercando di trasferire il sentimento violento in grado di smuovere le acque, Claudia materia da plasmare ma nel contempo da cui attingere per continuare ad interrogarsi, per superare la mediocrità del mondo teatrale puntando al talento, l’unico mezzo in grado di mettere da parte l’intelligenza drammatica consentendo di recitare nel sentimento. Sentimento è una parola che viene fuori spesso nell’incedere della rappresentazione perché motore dell’azione: mentre pensi alle parole e al sentimento che esprime potrai recitare il testo senza dirlo. In quel momento reciterai.

Jouvet/Servillo mette lo spettatore di fronte una ricerca della verità che è insita nella completezza del testo. E di questo lo spettatore ne è consapevole fin dall’ingresso in sala. I pochi elementi scenografici a vista sono piccoli mondi che attendono di essere scoperti. Poche sedie, nell’angolo sinistro un tavolo colmo di fogli e appunti. Sparsi nello spazio scenico i copioni: nell’impianto scuro del palcoscenico queste pagine chiare adagiate sulle scale, sul pavimento, o su una sedia sembrano essere in attesa di essere  sviscerate perché portatrici di lezioni di vita. Un parallelismo quello tra teatro e vita che ha il pregio si di scuotere l’anima per il carattere eterno che porta con sé.

Al centro di questo costrutto scenico domina un ring, un elemento di indubbia connotazione simbolica, deputato all’esplosione del testo. Il maestro durante la lezione spazia come mosso da impulsi frenetici, si muove in tutto il palcoscenico fino ad invadere la platea. Seduto ai piedi del proscenio parla ai suoi allievi e i suoi occhi sono fissi al pubblico. A chiusura di ogni lezione è a lui che si dirige. Ma è sul ring che Elvira vive, è il luogo deputato alla sua nascita. È da lì che nello scorrere dei mesi e al susseguirsi delle lezioni prenderà poi a muoversi in slanci verso la ribalta.

Il disegno luci di Pasquale Mari scandisce il tempo della narrazione che è il momento dell’azione scenica ma è anche il tempo storico. Le lezioni si svolgono nei bui mesi del 1940 quando il sovvertimento politico invadendo ogni ambito della sfera sociale non può esimersi dal sovvertire il teatro stesso: gli attori e Jouvet sono consapevoli di quanto stia accadendo fuori e nonostante ciò continuano nella loro ricerca della verità. Le ultime lezioni si svolgono nel settembre del ’40 quando  i nazisti hanno ormai occupato la capitale francese e, per la prima volta, le loro voci arrivano in scena: tuonano le dure parole dei gerarchi, tutto si avvia alla chiusura. La giovane Claudia viene, infatti denunciata come ebrea e allontanata dalle scene mentre Jouvet sceglie un esilio volontario in Sudamerica dove resterà per l’intera durata della guerra.

Toni Servillo nei panni di Jouvet offre una sicuramente una splendida lezione di teatro che parla alla molteplicità dei cuori: gli addetti ai lavori e il pubblico che, per poco di più di un’ora, resta rapito dalla pienezza delle parole e dei movimenti, ipnotizzato da questo movimento perpetuo che tutto invade e che restituisce, in minima parte, lo sforzo che ruota attorno alla grande magia del teatro. Ma c’è di più. Dal testo, attraverso l’interpretazione, con un approccio quasi spirituale, Servillo/Jouvet  ci rende partecipi di una presa di coscienza: il potere del teatro nella vita delle persone. Non si è mai solo attori, solo registi o solo spettatori. L’incontro col teatro, ad ogni livello, è fonte di modificazioni. Gli attori in scena sono parte di un momento forse altro, di una persona altra, di un un concetto altro ed il passaggio non è mai solo un transito. Lo spettatore, dal canto suo, non è sempre solo spettatore ma parte di un meccanismo di cui è testimone e dal quale non ne esce mai senza modificazioni, senza portarsi qualcosa dentro.

 

Elvira

traduzione
Giuseppe Montesano

con Toni Servillo
e con Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri

costumi Ortensia De Francesco
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi

regia
Toni Servillo

coproduzione
Teatri Uniti, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

 

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