“Elettrocardiodramma” di Leonardo Capuano

 

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Domenica, 12 marzo il Nostos Teatro ha ospitato Elettrocardiodramma, spettacolo portato in scena dall’attore e autore Leonardo Capuano, conosciuto anche come scrittore di altri monologhi, quali “La cura”, “Zero spaccato”, “La sofferenza inutile”.

Elettriocardiodramma descrive in chiave comica – o meglio ‘tragicomica’, come puntualizza Leonardo Capuano in un’intervista – le visioni caotiche di un personaggio schizofrenico e balbuziente, che avendo nel tempo smarrito la propria ‘compattezza’, ora  include dentro di sé altre personalità, oltre a un io fragile, incompleto, insicuro.
Egli serba intimamente un coro di voci plurime, rapsodiche, liberate a turno, e modulate dall’attore che ne veste i panni alternatamente e imprevedibilmente.

Vediamo il protagonista vaneggiare in stati di allucinazione, sogno, disordine percettivo, dissociazione, richieste estreme di aiuto: lo sentiamo, ad esempio, farfugliare al farmacista la richiesta di un medicinale che possa risanarne il sistema biopsichico, scompaginato dalla malattia, e soggiungere alla fine, in un empito di disperato, forzato ottimismo “dove non arriva la natura, arriva la chimica”.

Nel presente dell’enunciazione, attraverso un monologo delirante – centrifuga di voci e di presenze – questo uomo rivive e fa rivivere, come un ‘medium’, brevi istanti, irrelati tra loro, di un tempo passato; posseduto a turno dagli spiriti dei parenti (cinque fratelli, la madre, la donna di cui è innamorato), parla e agisce con e attraverso loro, i quali, con l’alterità che rappresentano rispetto a lui, individuo solo, prigioniero di ubbie, costituiscono senz’altro una sua personale ricchezza, un corredo articolato e differenziato che ne trasforma l’identità fragile in personalità ‘plurima’, dissociata.
Dissociato, ad esempio, è il movimento nervoso della gamba che egli tenta vanamente di reprimere ma che alla fine, indomato, segue il ritmo della musica.

Davanti al pubblico quest’uomo parla e agisce in una dimensione senza tempo, più pertinente alla sfera della follia e del sogno che della realtà, e balbetta a fatica discorsi surreali, invocando il soccorso di un tale Walter, deus ex machina, funzionale al personaggio in qualità di sodale, di amico solidale: a lui l’uomo, risucchiato dal vortice della schizofrenia, può fiduciosamente appigliarsi, seppur solo nel sogno o nel delirio della follia, essendo questo Walter simbolo di speranza e di solidarietà, non una reale, incarnata presenza.

Viene da sorridere al cospetto di questo buffo personaggio; tuttavia, fra le pieghe dell’ironia si insinuano anche sentimenti di pietà per il suo stato di profonda alienzazione.

Incerti nel riso, ne oserviamo la degenerazione alla fine, la graduale rinuncia a un’utopia di felicità, quando gioca al ‘suicidio collettivo’ con i fratelli; ne viviamo e condividiamo anche l’insofferenza verso la madre, dalla cui acredine sembrano scaturire le insicurezze attuali del figlio.

Il dramma di questo individuo ipersensibile, dunque, appare tutto centrato sull’ “aritmia” – quella che a volte un elettrocardiogramma può evidenziare nell’attività del cuore – sulla dissociazione, sullo scoordinamento di cui soffre, tutto ciò risultato di tensioni familiari che hanno smembrato in più parti, in piccoli frammenti puntuti, la sua fragile, un tempo forse integra, personalità: da qui sembrano scaturire l’anarchia comportamentale, i movimenti disarmonici del corpo, l’autonomia di ogni parte di esso rispetto alle altre, circostanze che generano una tensione tra il normale e il patologico e, conseguentemente, effetti comici e surreali nel quadro di un quotidiano dramma di solitudine.

 

 

Visto al Nostos Teatro il 12-03-2017

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