Disgraced (Dis-crimini) – Martin Kušej

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Disgraced (Dis-crimini) è in scena al Teatro Carignano di Torino fino al 29 ottobre – inaugura la nuova stagione dello Stabile – e non andrebbe perso per nessun motivo. Di Ayad Akhtar, lo spettacolo vince il Premio Pulitzer per il teatro nel 2013 e arriva ora a teatro a Torino per la Prima Nazionale, con la regia dell’austriaco Martin Kušej (premio Der Faust).

Una storia contemporanea e viva, di cui la fede è solo uno dei molteplici aspetti. È un dramma perfetto per un’epoca di spaesamento, confusione, estremismo, indifferenza.

La scena si apre con un bianco accecante, pareti totalmente nitide in contrasto con un pavimento ricoperto di carbone, come fosse una brace pronta ad accendersi. E questo accadrà.

Una spada conficcata a terra, a simboleggiare l’orrore che avverà e che sempre è avvenuto.

Emily (Anna Della Rosa) è un’artista, una pittrice, e comincia nella prima scena a sporcare le pareti con segni neri e fumosi. Da allora, non esisterà più bianco. Non ci sarà pace.

Quella che a tratti presenta lati da commedia, va crescendo in un climax che sfocia nella violenza e nell’annichilimento, nel dramma che per certi versi richiama il teatro greco con le sue domande esistenziali sull’uomo.

Il protagonista è Amir (un premio Ubu Paolo Pierobon semplicemente eccezionale), marito di Emily, uomo musulmano che rinnega la sua fede. Non vuole saperne più nulla. Lui non è uno di loro. Lui vuole vivere libero, non sopporta le frasi del Corano. Lui si rifugia nell’intelligenza.

È un avvocato e vive in America. Abbandonare la propria fede, lì, è la cosa migliore da fare.

Lei invece sta sperimentando simboli islamici nella sua arte e tenta di convincerlo della bellezza della cultura araba (“ci hanno dato Aristotele”). In tutti i modi vuole portare alla luce gli aspetti positivi del mondo che Amir ha abbandonato. Continua a tentare di farlo riflettere. A darle manforte c’è il nipote di lui, Abe (Elia Tapognani), ancora giovane, ostinato, estremista e idealista come solo i giovani riescono ad essere.

Ma tutto precipita a una cena con ospiti Isaac (Fausto Russo Alesi), curatore di mostre ebreo, e la sua compagna Jory (Astrid Meloni), asettica e dalle frasi taglienti e convinte, avvocato anche lei.

Tutti loro, poco a poco, crolleranno. Diverranno più bestie che uomini, mescolandosi al nero di quel carbone a terra, divincolandosi, facendosi a vicenda del male. Grideranno, correranno per il palco mentre la musica attorno si fa assordante.

Amir sa di essere islamico. Lo sente.

Non lo è, dice di non esserlo, soltanto per adattarsi alla società, per avere un lavoro, perché la gente gli parli. Deve soffocare di continuo quello che sente. Ha persino cambiato cognome, mente sulle sue origini. Il prossimo terrorista avrà un volto che somiglia al mio, dice. All’aeroporto va a farsi controllare prima che glielo chiedano. Vede i loro sguardi di timore e disprezzo.

Ma sa di esserlo. È un musulmano. È stato cresciuto così. Le frasi di sua madre – quando gli sputò in faccia in prima media perché si era innamorato di un’ebrea – gli riecheggiano in testa. Conosce a memoria i passi del libro sacro. Sente la fede. Ma reprime dentro di sé tutto questo, sotto la maschera della lucidità, di un’America in cui può essere libero. A costo di essere schiavo.

“Islam vuol dire sottomissione.”

Col tempo tutto sul palcoscenico si sporca, al contempo lo fa anche l’anima dei personaggi. Come in un dramma di Pirandello, le loro maschere lentamente si sgretolano. E sotto non c’è nulla.

Perché nessuno di loro sa davvero chi è.

Le voci si mescolano durante la scena della cena, i personaggi si parlano addosso. Nessuno è un individuo. Ognuno di loro rappresenta luoghi comuni, sguardi. Anche quelli del pubblico, che inevitabilmente conoscono quelle parole sentite e risentite, quei giudizi durissimi. Tutti capiscono quella ricerca di un nemico invisibile, di un capro espiatorio.

Le parole si fanno pesanti, superflue, folli. A tratti sembrano scollegate dal contesto. Ciò che conta sono i segni, i gesti. Il nero del carbone. L’oscurità improvvisa e la luce che torna a intermittenza.

Amir non si conosce. Non conosce la violenza di cui è capace. Comprendendo, al contempo, riaffiora l’animale. Le sue due anime tentano di vincere l’una sull’altra. Risalgono a galla i suoi pregiudizi – gli ebrei vedono antisemitismo ovunque! -, la sua voglia di distruzione.

L’equilibrio crolla. Come Amir.

Che si ritrova solo, in ginocchio, forse a cercare la pace da un Dio che aveva dimenticato.

Visto al Teatro Carignano di Torino il 24 ottobre 2017

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