Di un Ulisse e di una Penelope e di un irrimediabile dissidio

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Di un Ulisse, di una Penelope di Marilena Lucente, è uno spettacolo di Roberto Solofria, con Roberto Solofria e Ilaria Delli Paoli andato in scena dal 19 al 21 maggio al Teatro Civico 14/ Spazio X a Caserta.

L’impianto scenico è di Antonio Buonocore, che ha ricreato una struttura metallica efficace nel rievocare l’immagine della reggia/isola, e l’ha poi situata entro una cornice d’acqua, di esplicito rinvio al mare. Le musiche di Paky Di Maio accompagnano la tensione drammatica.

Il giorno prima di sbarcare a Itaca, l’Ulisse di Solofria attraversa le acque burrascose del Mediterraneo con una benda sugli occhi.

L’eroe è simbolicamente ‘cieco’, incapace di tracciare una rotta di ritorno tra i violenti flutti; sul suo destino grava, schiacciante, la volontà punitiva di Poseidone.
Privo di prospettiva, Ulisse si agita nell’acqua, presente in scena e contenuta in una struttura quadrata; correndovi dentro, la fa impazzare e schizzare perfino sul pubblico, che sorride divertito dall’imprevisto scenico.
Si affretta ad arrivare in patria, affinché la storia del suo viaggio ivi non giunga prima di lui, trasformata, depotenziata dai racconti di anonime voci.
Invoca il nome di Penelope, ne descrive i capelli intrecciati come favole, in napoletano, mentre accarezza le onde con dolce struggimento.
Questo Ulisse, fisico e voluttuoso, napoletano verace, ricerca il corpo della sposa come stimolo incentivo all’amore. La sessualità è l’energia che lo rinvigorisce quando le forze soccombono alla stanchezza.

Giunto ad Itaca, ne riconosce il paesaggio; parla da solo, vaneggia.

Vigoroso e possente, si imbratta di nero; discute con Eumeo, maledice i Proci e gli uomini in generale, che sono la peggiore specie di mostri nel mare.

Il Mediterraneo è orrendamente luttuoso, è un mare insanguinato, pieno di vite spezzate, allora come adesso: corrono così analogie mostruose tra l’umanità di allora e quella di oggi, accomunate dal bestiale, omicida desiderio di sopraffazione.
Tornato con i piedi per terra, sul suolo sabbioso di Itaca, Ulisse ha di nuovo un contatto con la realtà: è necessario, ora, che inizi a ricucire il tempo dal punto esatto in cui era stato interrotto.

«E’ più facile conoscersi o riconoscersi?», ripete a sé stesso, tante volte, l’eroe, senz’altro più esperto in materia di conoscenza e di nuovi inizi.

Se Ulisse dimentica per cominciare daccapo, Penelope ricorda per vivere ancora.

Per la donna il tempo non esiste, è Ulisse il suo tempo, è la vita donata o sottratta «che ha finito per vivere te», le rinfaccia, ingrato, Ulisse.

Il passato le si dispiega davanti, popolandole il presente di ricordi, come fosse un’ombra. Nel vuoto che quest’ombra abbraccia prendono corpo presagi nefasti, cattivi pensieri, immagini di tragedie.

L’attesa fiduciosa del marito è l’unica arma da opporre alla solitudine, prima ancora che ai nemici in casa.

Penelope è Itaca, è ferma, come un’isola, come «una pietra conficcata nel cuore» di Ulisse. Penelope è personaggio statico, è occhi puntati sul mare, all’orizzonte, laddove l’inafferrabile marito prima o poi si vedrà comparire. Mobili e leggere invece ne sono le mani, ossute e lunghe, che intrecciano i fili della tela e scandiscono il tempo dell’attesa: l’attesa è forza e resistenza, è guerra di donna combattuta in silenzio.

Ilaria Delli Paoli indossa un vestito nero lungo, una treccia nera che cade sulla spalla; fissa il vuoto di fronte, parla da sola, e tra sé e sé ricorda, immagina, spera.

L’azione precipita: Ulisse incontra Argo, è riconosciuto da Euriclea, e uccide i Proci. La trovata scenica per lo sterminio dei nemici è esilarante: palloni, prima gonfiati a vista, sono poi schiacciati con sinistro compiacimento e riso maligno dal re di Itaca, assetato di vendetta.

Alla fine, marito e moglie sono seduti di fronte, sulla sommità di due scale, davanti alla struttura quadrata che funge da tavolo, reggia, camera matrimoniale, letto coniugale. Si osservano a lungo, parlano tra di loro, vincono il riserbo iniziale; lui la abbraccia, ma lei gli si sottrae, restia alla stretta carnale.

Ulisse desidera riprendere il viaggio, questa volta con lei, ma Penelope è madre e regina: deve restare.

Personaggi speculari ed interdipendenti, questo Ulisse e questa Penelope a noi vicini, danno origine, attraverso sguardi, dialoghi che sono quasi sempre monologhi a due voci, silenzi e reazioni, a un gioco di forze contrastanti, dove la volontà e il desiderio risultano irrimediabilmente scissi, ma fatalmente e drammaticamente coesistenti.

Una domanda risuona nel silenzio, senza risposta. Le luci si spengono.

Visto il giorno 19-05-2017 al Teatro Civico 14 di Caserta

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