Desaparecidos#43, per non dimenticare

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Plaza Tlatelolco, Città del Messico, 2 ottobre 1968. Più di 300 studenti scesi in piazza a manifestare contro l’instabilità politica di quegli anni vennero massacrati e uccisi dalle forze dell’ordine.
Da allora ogni anno in Messico vengono organizzate manifestazioni in occasione della ricorrenza della strage.

Durante i preparativi di una di queste, il 26 settembre 2014, alcuni studenti di Ayotzinapa si trovavano a Iguala per noleggiare degli autobus che li trasportassero alla manifestazione a Città del Messico. I 43 studenti non fecero più ritorno, e non si è mai saputa la verità su cosa sia accaduto.

Da questa premessa parte il lavoro della compagnia Instabili Vaganti al Teatro Elicantropo, un lavoro di protesta che attraverso un sapiente uso dello spazio scenico e degli attori ci rende, nel breve tempo di un’ora in cui dura lo spettacolo, parte attiva e consapevole di una scomoda verità fatta di abuso di potere, tortura e omicidio di innocenti in un territorio dove il narco-governo tace consapevolmente per non ostacolare le dinamiche territoriali legate al narcotraffico.
E dove le grida delle madri vengono strozzate, il sangue lavato via e le manifestazioni represse.
Resta alla drammaturgia teatrale il compito di sussurrare letteralmente nelle orecchie degli spettatori di non dimenticare (“no se olvide” viene ostinatamente ripetuto), di farsi portavoce attraverso l’uso degli hashtag (#megalopolisproject43, #SomosTodosAyotzinapa e #Mexico43) di una realtà che esiste e che da decenni in Messico ha permesso che più di 30.000 persone sparissero nel nulla.

La regia di Anna Dora Dorno è sapiente e mirata, racchiude in sintesi i concetti elaborati in anni di militanza, supporto e studio del territorio messicano, della difficile realtà che sono costrette a vivere numerose popolazioni, e unisce la sua voce al coro di protesta intessendo una trama bilingue, dove l’intreccio tra lo spagnolo e l’italiano non è mai solo traduzione, ma espressione del dolore, quello vero dei familiari coinvolti e stravolti dall’indifferenza.

Immagini di repertorio e proiezioni sono accompagnate dalle azioni fisiche di Nicola Pianzola e Marta Tabacco, groviglio, trama, caos e immobilità di due corpi che cercano una via d’uscita che non c’è, due corpi per rappresentarne 43, torturati, uccisi, bruciati, sotterrati e dissolti. Pianti dalle madri, inermi nell’attesa del loro ritorno, ma come la Dorno che in un movimento quasi autistico ruota su una sedia seppur immobile, tormentate nell’attesa di una giustizia che non arriverà mai. Fino ad ora. Fino alla fine della drammaturgia, di questa elegia funebre che non vuole finire, che chiede di continuare e lo chiede al mondo dell’arte che può farsi portavoce contro ogni forma di oppressione.

Nel buio della fine, veniamo lasciati a noi stessi, alle nostre riflessioni su quanto accaduto che, seppur lontano, ci appartiene. Perché non è Ayotzinapa o Città del Messico, ma è intorno a noi, un muro del silenzio e dell’indifferenza, quello stesso muro sul quale oggi troviamo la scritta: “E se tu fossi il 44?”

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