Danio Manfredini: l’arte è una cosa più grande dell’individuo

danio manfredini

Danio Manfredini è una delle voci più importanti del teatro italiano. Attore, autore, regista e cantante alla seconda prova discografica, Manfredini ha vinto quattro premi UBU, di cui uno alla carriera, ed è un punto di riferimento necessario per tantissimi attori per il suo stile multiforme, fortemente espressivo, che colpisce al cuore dello spettatore. Un artista che non va descritto ma ascoltato, visto, vissuto da spettatore.

Nel 2016 è uscito il suo album “Vivi per niente”(sotto-controllo, Audioglobe) che racchiude, in dieci canzoni, tutto l’universo poetico di Danio Manfredini.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire?

Partirei con una frase che ricordo del profeta Pasolini in uno dei suoi scritti: nella società contemporanea l’uomo è passata da essere CITTADINO ad essere CONSUMATORE.

Questo è il punto dal quale può iniziare una mia riflessione.

Tutto ciò che l’uomo può creare diventa qualcosa da cui ricavare il maggior profitto. Quindi anche l’arte che gli artisti producono e hanno bisogno di un sostegno per poterla produrre ad un certo livello, deve rientrare dentro leggi di mercato in questi ultimi anni sempre più regolamentate dal ministero della cultura come un qualcosa che deve essere funzionale al consumo che il consumatore ne farà.
L’arte deve soddisfare ciò che il pubblico vorrebbe vedere.

Questa consapevolezza credo ci possa aiutare a comprendere le conseguenze di questa visione.

Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità?

Ho frequentemente a che fare con le nuove generazioni nei contesti dei seminari dove insegno e in particolare in questa esperienza appena conclusa del triennio 2014-15-16 al teatro Bellini di Napoli.
Io osservo una motivazione a mettere in gioco il corpo, la mente e l’anima, come una necessità vitale. Nonostante le nuove generazioni siano molto abili in tutto ciò che è virtuale, tuttavia, come tutte le generazioni precedenti, hanno anche il bisogno di contattare la realtà materiale delle cose e anche quell’invisibile che ancora gli schermi non catturano.
Il teatro resta per me un’arte molto moderna, mette in luce il presente con la sua potenza di bene e di male.
Tuttavia il tema dell’identità resta un punto centrale che in questo momento non riguarda solo le nuove generazioni ma un po’ tutti. L’attingere ad un mondo così vasto, come è quello di internet, ci permette di avere accesso a un’enormità di informazioni, ma l’identità dell’individuo si specifica quando le informazioni non sono così globalizzate ma partono dal mondo interiore dell’individuo, che pesca in un bacino più grande di quello di internet e osa chiamarlo “l’inconscio dell’artista”.

Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?
È difficile in verità determinare i tempi di una creazione. Quelli sostenuti dalla produzione, nel mio caso, sono gli ultimi che portano il processo alla fase finale di presentazione al pubblico, ma dietro di frequente c’è un lavoro preparatorio sedimentato in mesi o in anni.
Si può dire che si possono offrire dei prodotti che attingono ad un mestiere, ad una qualità professionale che sa mettere insieme i giusti ingredienti per ottenere un prodotto consumabile, ma dal mio punto di vista l’arte è una questione più delicata, meno prevedibile, sorprendente e appassionante perché ci approcciamo al “non conosciuto” che diventa se abbiamo fortuna “conosciuto” in corso d’opera.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Io non credo che siano in crisi gli artisti, tuttavia sottoposto a certi tempi e modalità di produzione ho l’impressione che a volte si cavalchino delle mode per non perdere troppo tempo sul lasciare affiorare la materia da affrontare.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi?

Innanzitutto conserva quel rituale di incontro tra le persone. Poi si apre una comunicazione tra l’artista e le persone. Due entità che non si conoscono ma, nel migliore dei casi, entrano in forte empatia e l’attore diventa quell’elemento che va a catalizzare questioni che vanno a toccare sia l’artista che le vive che il pubblico che partecipa all’evento. Questo rapporto di comunicazione è unico: diverso è nel cinema dove la pellicola viaggia indipendentemente dalla buona o cattiva disposizione del pubblico.

Quali necessità soddisfa?
Gli spettacoli di teatro più belli che ho visto sono stati per me un vero alimento. Qualcosa che mi ha aiutato ad andare avanti nella vita con la fiducia che l’umano ha un grandissimo potenziale e se lo canalizza e lo mette a fuoco può fare miracoli. Qualcosa che scuote la coscienza e restituisce la nostra condizione di umani e mortali. Percepire, inoltre, che l’altro vicino a me ha percepito qualcosa e condiviso l’emozione. “Non di solo pane vive l’uomo”.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Vorrei lasciare queste risposte a persone più competenti di me in materia. Come per esempio Attilio Scarpellini e Massimiliano Civica che hanno messo a fuoco un’analisi nello scritto “La fortezza vuota”

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
idem

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.
idem

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”?

Penso che il repertorio teatrale sia una fonte di grande portata ancora oggi. I drammaturghi hanno scritto nei secoli cose meravigliose che possono essere ancora messe in scena.
Hanno tracciato una storia dell’umanità resa, non attraverso la narrazione o l’informazione, ma cogliendo quadri di vita animati da dialoghi, monologhi, situazioni.
Indubbiamente i tempi cambiano e come l’artista contemporaneo si confronta con i testi scritti nel passato è una domanda aperta. L’artista è il prisma dal quale passa l’opera, per uscirne proiettata secondo una percezione soggettiva dell’artista coinvolto, che tuttavia cerca di risuonare con una percezione più universale.

Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Penso possa influire molto perché, per quanto il sistema obblighi a un certo tipo di funzionamento, io credo sempre nell’individuo come unico specifico, che può cercare di indirizzare le cose in un senso o in un altro. Non è certo facile districarsi nella burocrazia istituzionale, ma un direttore artistico motivato a promuovere l’arte conta molto.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Uno dei rischi maggiori per chi è addentro al mestiere del teatro è il narcisismo, non solo di noi attori o registi, ma anche quello dei produttori, dei distributori, operatori, dei critici, che hanno bisogno di affermare il loro potere.
L’arte è una cosa più grande dell’individuo e va servita dall’artista e da tutti coloro che collaborano alla realizzazione, cercando di mantenere la consapevolezza che le opere ci sopravvivono, magari anche solo attraverso un video ed è quello che lasciamo come eredità a quelli che vengono dopo di noi.
Poi vorrei ricordare, non volendo essere polemico, che io, alla cima della piramide, continuo a vedere gli artisti. Senza le loro idee e intuizioni e qualità, tutto il contorno perde di senso ma, come ben vediamo, in genere gli attori sono economicamente considerati l’ultima ruota del carro.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

A me piacerebbe che si trovasse il modo di indire una manifestazione nazionale degli artisti teatrali. Non per chiedere qualcosa ma solo per trovarci in piazza e dire che ci siamo ancora.

Quant’è importante lo spettatore a teatro?

Lo spettatore è quell’elemento senza il quale lo sforzo dell’artista viene a perdere un po’ di senso. L’artista è lì per lasciarsi guardare da qualcuno. Quando faccio le prove e non c’è il pubblico l’esperienza di attore può essere comunque intensa. Credo tuttavia che la condivisione porti un valore aggiunto a quello che facciamo.

Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?Il pubblico che viene a teatro ha già un certo livello di consapevolezza sull’arte. Con la frequentazione assidua delle programmazioni il pubblico si forma. Si possono creare iniziative di contorno che possono approfondire con il pubblico argomentazioni che riguardano la materia, ma credo sia l’opera teatrale stessa il punto più alto di formazione del pubblico.

Extra: Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale?

Tenere aperta la domanda: come posso contribuire oggi al meglio con il mio impegno?

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