Danio Manfredini e la vocazione dell’attore nel XXI secolo

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Il teatro è un bene collettivo, patrimonio dell’umanità, e, mai come in questi ultimi anni, tanti artisti si stanno interrogando sul “senso del mestiere” per continuare a rispettare il patto con lo spettatore. Ogni crisi, infatti, pone sul piatto della bilancia un cambio di direzione, se necessario, o una trasformazione per non distruggere le proprie radici ma, soprattutto, scatena dibattiti e riflessioni che finiscono per coinvolgere tutti indistintamente.
Danio Manfredini, attore ma anche una figura di riferimento per tanti lavoratori dello spettacolo, ha, quindi, condotto un egregio lavoro di ricerca con Vocazione, prodotto da La Corte Ospitale, sulla figura del teatrante nelle varie fasi del suo percorso e sulle difficoltà affrontate. Ecco, allora, tra i vari, il Minetti di Thomas Bernhard, Vasilij Vasil’ič Svetlovidov de Il canto del cigno di Cechov, Sir Ronald di Servo di scena di Harwood ma anche un pezzo tratto dall’intenso Conversazione con la morte di Testori in cui vita e teatro diventano la stessa cosa. A partire dalla prima scena, si comprende la necessità del rito scenico per Manfredini, che entra barcollando gettando uno sguardo furtivo al tavolino che ospita i vari trucchi di scena. Sta per verificarsi un incontro dove l’attore, anche come persona, fa esperienza di qualcosa che sente come fondamentale, da cui dipende il suo esser-ci sul palcoscenico. La vocazione si sviluppa nella coscienza dell’attore ed è una parte che eccede l’Io, che non può essere descritta con le categorie tipiche della vita routinaria perché diventa tutto. Man mano che l’attore si avvicina alla trascendenza – e quindi ad una performance che rifiuta il concetto di rappresentazione – diventa maggiormente consapevole delle proprie capacità tecniche ma, al contempo, emergono le debolezze strutturali, umane che finiscono inevitabilmente per condizionare una carriera. L’Attore è un medium, un santo della scena che necessita di catarsi, capace di elevarsi sino alla grazia dell’Arte e di non dimenticare mai il tormento dell’essere nati. Come ogni sacerdote, il suo lavoro è di tracciare la strada fino a consumarsi (“a chi importa se ogni sera in scena mi mangio la vita?”, dice Sir Ronald in “Servo di scena”) perché il teatro, necessariamente, cambia la vita dell’attore. Per questo motivo, “Vocazione” è uno spettacolo politico perché guarda alle radici del teatro contemporaneo – Manfredini è in scena con Vincenzo Del Prete, che è un ottimo servo di scena – riproponendo una figura classica di attore, lontana dalle avanguardie, in preda al suo divenire storico e umano, costretto a interrompere e a sospendere l’ordinario per confrontarsi con lo straordinario.
Il risultato è un viaggio poetico, tra buio e luce, dove Manfredini riprende addirittura personaggi dei suoi precedenti spettacoli all’interno di un percorso dove i vari passaggi sono evidenziati anche da una drammaturgia sonora che amplifica ed estremizza il senso dell’operazione.
E di Vocazione si tratta anche nel caso specifico del Teatro Area Nord di Napoli, votati ad un’idea di teatro che ha rivitalizzato l’arido panorama teatrale cittadino. Infatti il mio ringraziamento non va solo all’artista Manfredini ma soprattutto a quegli operatori culturali come Hilenia De Falco, Lello Serao, Anna Caruso e a tanti altri che, con tenacia e ottimismo, si spingono oltre.

Visto al Teatro Area Nord di Napoli, il 4 marzo 2017

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