Daniele Filosi (TrentoSpettacoli): il teatro non è in crisi

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Il protagonista di questa puntata, Daniele Filosi, non è un teatrante nel vero senso della parola ma è un direttore artistico e un organizzatore. Cura, dal 2008, la direzione artistica dello Spazio Off di Trento, è direttore di TrentoSpettacoli, che produce e distribuisce spettacoli sul territorio nazionale, e, dal 2010, è organizzatore generale della compagnia teatrale Macelleria Ettore.

 

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Io non credo che il teatro sia in crisi. Almeno, non più e non meno del resto della nostra società. Sarebbe bello capire cosa si intenda per ‘crisi’, perché ho spesso l’impressione che sia una parola abusata, e utilizzata per nascondere altro. Tra le tante cose, forse le rendite di posizione, gli stalli, i piccoli potentati con cui, anche in questo caso nel teatro come nel resto della nostra società, ci troviamo a dover fare i conti da troppi anni. Credo che questo sia uno dei punti fondamentali, del nostro tempo, teatrale e non: liberare le energie, togliere vincoli, ostacoli e impedimenti, restituire centralità e vigore alle singolarità per ricostruire dal basso e dai percorsi individuali – o di gruppo – una comunità culturale, il più possibile diversificata, plurale e multiforme. Questa è una responsabilità anche di chi lavora nella cultura e di chi il teatro lo fa: smettere di lamentarsi, e rimettersi in marcia, cominciando o ricominciando a fare bene, seriamente, e con intelligenza il proprio lavoro. Costruire il futuro ripartendo – sempre – dalle fondamenta. Solo così si costruisce qualcosa che sarà impossibile – per il pubblico e per la società – eludere o evitare.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Le idee non mancano nel nostro teatro, e non mancheranno mai. Anche quelle ‘forti’, ovviamente sempre in connessione con il nostro tempo e la nostra temperie sociale e culturale. Ci sono, c’è grande vitalità, grande passione, grande vivacità. Non è proprio questo quello che ci manca.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Credo che sia la stessa di sempre. Il teatro è un fatto antropologico, pur in evoluzione. Non credo ci sia nessuna necessità impellente o vitale nel senso stretto del termine, più una spinta ‘umana’, intellettuale, rituale, collettiva. E forse è questa la dimensione da preservare e rilanciare nel nostro fare ed esperire teatrao: la dimensione collettiva e comunitaria del fatto teatrale e performativo.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Il teatro si rinnova nella sua stessa pratica di giorno in giorno, su ogni palcoscenico e in ogni recita di ogni spettacolo. Il teatro è già e sempre in rinnovamento, ma spesso molti di noi fingono di non saperlo o di non accorgersene.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Lo Stato Italiano sostiene – poco – il teatro. Dovrebbe farlo di più e sempre con maggior capacità di fare selezione e di costruire strumenti adeguati alle diverse strutture, alle diverse realtà e ai diversi percorsi progettuali, artistici e produttivi.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

Snellire e togliere di mezzo tutto ciò che ci distrae dai progetti e dagli spettacoli. Tutto ciò che lo Stato e tutti gli altri enti con cui abbiamo a che fare ci chiedono di compilare, firmare, inviare innumerevoli volte, e che ci rubano tempo ed energia, che sono la nostra unica vera ricchezza che possiamo mettere a frutto.
Ridare centralità, dignità e riconoscimento agli artisti, agli attori, ai tecnici e a tutti i lavoratori dello spettacolo. Rinnovare il Contratto nazionale dei lavoratori dello spettacolo. E lo dico contro la mia volontà visto che sarei la controparte, ma in realtà siamo tutti sulla stessa barca.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

I classici hanno e avranno sempre senso, perché parlano una lingua universale, inesauribile e senza tempo. Ne abbiamo e ne avremo sempre bisogno. Oltre al fatto che nessuno può impedire a nessuno di mettere in scena quello che desidera o vuole.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Non capisco la domanda, né l’espressione ‘dittatura teatrale’. In che senso?

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Mi sembra anche questa una domanda “dirigistica”. Ho la sensazione che il teatro, come qualunque altra pratica umana, si sviluppi e si concretizzi nel suo stesso farsi, giorno dopo giorno, opera dopo opera. E in ogni caso spero che artisti, spettatori e critica non trovino mai un punto in comune perché credo che ci annoieremmo tutti a morte.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

È centrale, non importante. È il punto di riferimento e l’interlocutore fondamentale di ogni cosa che facciamo in questo ambito: se non c’è nessuno che ci guarda, è inutile mostrarsi. Da tre anni allo Spazio Off di Trento lavoriamo con un progetto, ’33 Trentini’, che ha come obiettivo la ricostruzione di una piccola ma agguerrita e appassionata comunità di spettatori – 33, appunto -, con cui condividiamo assieme un percorso di visione, confronto e dialettica sulle arti sceniche.

Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

La missione teatrale mia e del gruppo che dirigo – TrentoSpettacoli – è quella di dare vita a progetti artistici e produttivi che abbiano sempre un motivo per essere fatti prima e fruiti poi, rimanendo sempre in ascolto del proprio percorso ma anche di quello della società e del contesto in cui viviamo e lavoriamo. Quanto al futuro e ai prossimi cinque anni, mi astengo dall’immaginare in astratto, posso e possiamo solo dare il nostro contributo affinché la situazione culturale italiana sia migliore di quella attuale.

 

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