Dalle rovine di Luciano Funetta, un corpo a corpo con le proprie ossessioni

dalle rovine

Luciano Funetta ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Dalle rovine (Tunuè) nel 2015 ed è tra i dodici libri candidati al Premio Strega oltre ad essere alla sua seconda ristampa.
Il libro ha una trama insolita: Rivera, un collezionista di serpenti, gira un video amatoriale porno e lo propone al gestore di un cinema a luci rosse che lo introdurrà nel mondo oscuro del cinema hard. Qui Rivera entrerà in contatto con strani figuri e storie abiette.

Un esordio abbacinante a servizio di una prosa pulita, lineare e di una vicenda raccontata da un “noi” inedito, ossia gli infiniti punti di vista dell’Io. Un romanzo dalla sintassi mai sopra le righe che racconta una storia eccessiva, disturbante. Si fa fatica a finirlo e il rischio di fraintendere il testo è sempre dietro l’angolo. Eppure Dalle rovine è un esordio importante dove lo Scrittore diventa, finalmente, medium che veicola le sue ossessioni per ritrovarsi nudo davanti al lettore-fruitore. Come accade nel cinema porno.

In questo senso c’è un’aperta analogia tra Funetta e Rivera, che è l’Io espanso, il suo doppio mentale che, alla fine del testo, divorzia dallo scrittore e dai suoi innumerevoli Io per giungere all’atto più doloroso e oscuro all’interno di una stanza-teatro degli orrori. L’immagine di Rivera è riflessa nelle teche dei suoi serpenti quasi sovrapponendosi, è lo spettro di sé, l’ego insopportabile e ambiguo di un essere mortale. Ecco, allora, lo Scrittore, che si misura col passato, con i mostri sacri della letteratura e, di volta in volta, cambia percorso, modifica la tensione narrativa, si allontana da ogni autobiografismo per lasciar essere i suoi attori.

Per questo Dalle rovine è un elemento imprevisto scoppiato nello statico universo letterario italiano che, passivamente, sporca la figura del lettore puro con le sue stesse celate perversioni. Se ci fate caso, nel romanzo di Funetta, infatti, non c’è spazio per i sentimenti: ci sono solo macchine antropofagiche, strumenti dell’eccesso ma anche corpi che devono necessariamente esperire se stessi.

Il porno, probabilmente, è il segno di un linguaggio che non esiste più, di una forza repulsiva e distensiva che si trasferisce da corpo a corpo, da immagine a immagine. Più dell’amore, la perversione gioca con il corpo organico per attribuirgli un nuovo senso (i serpenti col corpo di Rivera, lo snuff movie) e, al di là del gesto performativo, indica una possibile ribellione a uno status quo, il movimento fuori di sé, il corpo a corpo con la pagina bianca o una tela. Tutto questo lo si comprende solo quando si arriva all’ultima battuta di questo testo glossolalico, che pone, in maniera radicale, il problema del senso del non esserci.

Funetta, per sua fortuna, non è ancora e ha tracciato un nuovo percorso nella narrativa italiana scomodando, dalle rovine della letteratura, un filone preciso di letteratura latino americana invertendone, però, i colori. Una piccola insurrezione, giustamente intuita dall’editore Vanni Santoni, che smuove, per un attimo, la paralisi dei romanzi in soggettiva.

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