Children of the Whales

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Children of the Whales, la saga fantasy scritta e disegnata da Abi Umeda, è giunta al suo quarto volume italiano. La storia è ambientata in un mondo anomalo, dove il mare non è costituito da acqua, ma da una sconfinata distesa di sabbia. Si tratta di vicende piuttosto intricate, filtrate attraverso gli occhi di Chakuro, archivista della Balena di fango – una strana città galleggiante, una sorta di nave alla deriva in quest’ostile universo sabbioso – il cui ruolo è proprio quello di trascrivere ciò che accade nella sua comunità. A facilitare questo compito è la malattia da cui il ragazzino è affetto, trattasi di ipergrafia, che lo porta a uno spasmodico bisogno di scrivere in continuazione. Chakuro viene chiamato “il distruttore” – proprio come Samwell Tarly di Game of Thrones, e per questo mi è stato immediatamente simpatico – perché non sa usare bene la “thymia”, il misterioso potere che la maggioranza delle persone che vivono sulla Balena è in grado di utilizzare. Questa capacità è generata dalle emozioni – che gli abitanti della nave cercano in ogni modo di sopprimere – e coloro che la possiedono vengono chiamati “marchiati” e sono condannati ad una brevissima esistenza.

Il primo volume della serie si apre con un tragico evento: la cerimonia funebre di Benihi, appena ventinovenne. La ragazza era una marchiata e insegnava ad usare la thymia ai bambini della Balena, Chakuro compreso. Proprio in questa occasione, ci accorgiamo di come tutti cerchino di trattenere le emozioni e di abituarsi ad uno stato di cose che, purtroppo, appare immutabile. Ma il nostro protagonista non rinuncia alle sue sensazioni più preziose e, nonostante sia proibito, si lascia andare alle lacrime. Per il ragazzo, quella di archivista è una vera e propria missione, poiché tenta di narrare ogni cosa, cercando di conservare quanti più frammenti possibile, per fare in modo che nessuna giovane vita che si spegne vada mai davvero perduta.

Chakuro ha un’amica speciale, Sami – inequivocabilmente innamorata di lui – e una combriccola di buoni amici, sia marchiati che non. In generale, nonostante la malinconia di fondo, legata all’isolamento forzato e alla fragilità della vita dei marchiati, l’atmosfera che si respira sulla Balena di fango è di grande armonia. L’archivista ripone le sue più intime speranze in Suou, fratello maggiore di Sami e probabile futuro capo villaggio. Suou ha molto a cuore la vita della sua gente ed è alla ricerca di una soluzione che possa allungare l’esistenza di coloro che sono destinati a morire presto. In questa pacifica città galleggiante, però, c’è qualcosa che ribolle sotto la superficie, un desiderio incompiuto, una sorta d’inquietudine. Tutti questi sentimenti negativi sono personificati da Ouni, un ragazzo insofferente alla vita della comunità, che ha radunato intorno a sé dei seguaci, ragazzi dell’isola animati dai suoi stessi ideali. Il ragazzo viene spesso rinchiuso nei sotterranei per aver compiuto delle piccole malefatte. Sia lui che gli altri habitué di queste strane prigioni, si sono guadagnati il soprannome di “talpe”, dato che passano più tempo al buio che all’aria aperta. La più grande ambizione di Ouni è quella di conoscere il mondo esterno e di abbandonare i ristretti confini della Balena, alla ricerca di una maggiore libertà. La certezza che esista qualcos’altro, arriva – sia per lui che per gli altri abitanti della nave – come un fulmine a ciel sereno: su un’isola apparentemente abbandonata, Chakuro scopre Lykos, una ragazza bellissima e fredda come una bambola che, dopo aver seppellito tutti i suoi compagni morti in battaglia, aspettava in solitudine la sua fine.

Lykos, grazie alla dolcezza degli abitanti della Balena, riacquisterà poco a poco la sua vecchia umanità, ma per Chakuro la tragedia è dietro l’angolo, poiché la pace fittizia del suo piccolo microcosmo sta per essere inesorabilmente sconvolta. Il popolo di Lykos, infatti, è alla ricerca dei “criminali di Falaina”, nome con cui è conosciuta la Balena di fango nel mondo esterno. Così, costretti a scontare una colpa di cui non hanno memoria, Chakuro e gli altri saranno attaccati a sorpresa dal terribile esercito delle “apatheia” – ragazzi-soldato totalmente privi di umanità, che indossano inquietanti maschere dalle fattezze clownesche – di cui una volta anche Lykos faceva parte. Impreparati davanti a una così grande ondata di violenza e follia, molti amici di Chakuro andranno incontro a una terribile e precoce fine, come la povera, dolce Sami. La pace è finita, il paradiso è perduto e tutti saranno costretti a combattere per difendere le persone a cui tengono di più.

Le atmosfere che si respirano nel manga Children of the Whales, ricordano un po’ quelle di Nausicaä della Valle del vento o Laputa del maestro Hayao Miyazaki. Questo mondo di sabbia ci restituisce l’immagine di qualcosa d’inadatto alla vita: le condizioni dei suoi abitanti sono precarie e l’equilibrio faticosamente conquistato, si rompe con dolorosa facilità. È commovente il peso e il ruolo che le emozioni giocano in questa storia, perché tutti cercano di reprimerle e dimenticarle, ma senza di esse, non possono più considerarsi veri esseri umani. Gli abitanti della Balena e il piccolo Chakuro, ognuno a suo modo, ce la mettono tutta per vivere, per non rinunciare mai alla speranza. Nonostante ciò, i lutti a cui devono far fronte sono molteplici e la crudeltà dei loro nemici non risparmia niente e nessuno. Era tanto che non leggevo una storia così: un pugno nello stomaco, ma colmo di malinconica, struggente poesia.

I disegni sono spettacolari, davvero bellissimi, ogni tavola ha una sua particolare “grazia” che si ritrova anche nelle scene di combattimento. I volti dei personaggi, così pieni di tratteggi, ci restituiscono le piccole emozioni dei personaggi, di ragazzi che non vogliono rinunciare alla vita, anche quando è così piena d’incertezze e sofferenza.

Titolo: Children of the Whales
Autore: Abi Umeda
Editore: Edizioni Star Comics
192 pp., b/n – 5,90 €
Disponibili i volumi da 1 a 4

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