C’è del pianto in queste lacrime

C'è del pianto in queste lacrime

C’è del pianto in queste lacrime è un lavoro dal regista stabiese Antonio Latella, presentato al Napoli Teatro Festival Italia del 2012, sulla sceneggiata napoletana. In scena al Teatro San Ferdinando di Napoli fino al 18 ottobre 2015,  nacque come workshop, al Ridotto del Mercadante, con la drammaturga Linda Dalisi, per analizzare il rapporto tra i caratteri della sceneggiata e le basi della cultura napoletana. Da questi incontri è nata una drammaturgia che rilegge, al negativo, questo genere caratterizzando i protagonisti in maniera kafkiana: la scena, infatti, è divisa in due piani, sfruttando anche un effetto cinemascope, e i personaggi si spostano nella parte superiore muovendosi, in uno spazio angusto, un tunnel, come insetti, parassiti senza identità di una città. Le dinamiche di una famiglia napoletana sono analizzate al dettaglio, spingendo l’acceleratore sul grottesco e ricorrendo alle suggestioni della sceneggiata.

Latella, infatti, ne adopera il codice per raccontare una Napoli al negativo, ma non necessariamente negativa, affidando la narrazione ad un Io narrante dark, ambiguo come la città e vestito come Edward Mani di Forbice. Non è il Paese del Sole ad essere al centro della scena ma una Napoli dalle vesti lacere, senza futuro, colpita dalle metastasi di un tumore maligno, ma che, nonostante tutto, ha ancora in sé la Bellezza. La Sceneggiata, quindi, non serve da pretesto ma da mezzo adoperato per operare una frattura netta e visibile con la tradizione. Giannino, il Narratore, posto nella parte bassa della scena contorniato da microfoni, vuole cercare disperatamente ricordi belli legati alla sua famiglia composta da madre, padre, sorella, zio, zia e nonna. Si spinge molto in là col ricordo ma, purtroppo, i pochi momenti belli che gli sovvengono sono sempre sopraffatti da quelli più tristi e malvagi. Ogni personaggio della sua famiglia ha un suo doppio-insetto, un lato mostruoso e oscuro, ed è, al contempo, caratterizzato in base agli stilemi della Sceneggiata napoletana. Ecco, quindi, “Isso, essa e o malamente”, la mamma con il figlio (figure anche del Presepe napoletano e del teatro eduardiano), un tradimento, il sopruso. Non mancano le canzoni di repertorio, cantate magnificamente a cappella, e il sangue, che alla fine il Narratore cerca di grattare via, con le sue forbici, dalle pareti.

Un Io che ascolta la sua memoria che, però, è memoria storica: il vero protagonista, in questo caso, è Latella che, come Proust, è un Narratore che ascolta la tradizione per ricordare le sue origini ma anche per rappresentare il vuoto, in questo caso, di una città che da solare e chiassosa è divenuta neomelodica. La Dalisi e Latella non vogliono né porre domande né fornire risposte ma offrire una cartolina diversa della città e della tradizione culturale napoletana. Le maschere della sceneggiata, letteratura minore di Napoli, nel 1918, hanno permesso a Napoli di uscire dagli schemi classici teatrali, ormai di proprietà di una ricca borghesia, e di offrire un teatro popolare, spesso messo in scena nello stesso Teatro San Ferdinando. Le maschere della sceneggiata di Latella sono fedeli alla tradizione ma, essendo fantasmi della memoria di una città, tornano trasfigurate. Quindi il Narratore può manipolarle, come si fa con un ricordo lontano ma gestibile, velocizzando le battute, facendo uscire ed entrare in scena, a ripetizione, un attore o facendo applaudire a comando. È il suo teatro, non destinato a un pubblico “che applaude a ogni rumore di latrina”, per citare Bene, ma solo a se stesso. La ripetizione ossessiva delle battute del copione, quindi, non è solo un vezzo stilistico che simboleggia la ripetitività delle trame delle sceneggiate ma è, piuttosto, la Ripetizione di un teatro minore che riproduce le illusioni e le mistificazioni di una città fino ad arrivare alla dissoluzione dell’Io.

Per questo, come accadeva nelle rappresentazioni della sceneggiata, a un certo punto dello spettacolo, uno spettatore va via (nel corso di questa, la platea poteva, in maniera manifesta, essere o non essere d’accordo con l’intera vicenda) poiché non si sente rappresentato o non si riconosce o, ancor peggio, perché si identifica con i personaggi proposti. “C’è del pianto in queste lacrime”, per concludere, parte da molto lontano, come dichiara il regista, da Amleto ed è un compendio fenomenale di Teatro che unisce la tragedia di Shakespeare alla farsa di Leo De Berardinis, le Mamme di Ruccello al teatro antropologico di Barba, il Lorenzaccio di Carmelo Bene al presepe di Eduardo De Filippo. Bravissimi gli attori, espressivi come solo i caratteristi della sceneggiata sapevano essere.

 

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