Il borghese fa il mondo. Quindici accoppiamenti giudiziosi

borghese fa il mondo

C’è un legame indissolubile e poco studiato tra sublimazione e scrittura e, per raccontarlo, si può tentare di interrogare la letteratura per ricostruire interi immaginari. Ne “Il borghese fa il mondo”, volume uscito per i tipi di Donzelli e curato da Francesco De Cristofaro e Marco Viscardi, si va oltre e si accoppiano giudiziosamente trenta scrittori per ricavare addirittura l’immaginario totemico della borghesia, di volta in volta avvalorato da un preciso riscontro testuale.
Ciò premesso, il libro non associa per stile due scrittori, non li confronta ma, in tre movimenti (il borghese/fa/il mondo), indaga su una figura che, da più di duecento anni, “informa della sua presenza la modernità”. Il borghese, sia piccolo che medio-alto, non è altro che un concentrato di tic e di linguaggi del suo tempo ed è una figura che ha sempre condizionato le generazioni a venire, soprattutto sul piano educativo.
Quindi la comparazione che, a prima vista, potrebbe sembrare azzardata, in realtà è un gioco di specchi che mostra al lettore le regole del gioco della borghesia nel tempo e attraverso i suoi scrittori, ugualmente borghesi e vittime dei morbi del loro tempo. Tutti sanno che sia Philip Roth che Svevo hanno vissuto una profonda depressione, che Balzac era quello che oggi si definisce un “workaholic” e che, addirittura, il popolare Scarpetta non era immune al “male borghese” del suo secolo, cioè una sessualità impropria. Infatti, come Barthes spiega benissimo ne “Il grado zero della scrittura”, la scrittura, in quanto corpo dello scrittore, è la parte privata del suo rituale borghese e, cito testualmente, “funziona come necessità”.

La narrativa, quindi, non si limita solo a raccontare, nasce da una necessità, rende il lettore protagonista della propria storia borghese ed esercita, al contempo, anche una vera e propria violenza simbolica. Faccio un esempio: il Robinson di Defoe è giustamente confrontato con il Gesualdo di Verga perché entrambi i personaggi hanno come credo il possesso delle cose, accumulate con devozione, ed è pur vero che, proprio a partire da Defoe, la scrittura diventa un mezzo utilitaristico e il romanzo “una piccola impresa”. Con la caduta dell’autorità pedagogica dello scrittore, quindi, lo scrittore comincia a definire culturalmente la classe intellettuale del proprio tempo esercitando, quindi, una vera e propria violenza simbolica, oltre che politica.
Virginia Woolf, in un suo saggio, specifica che, nell’approcciare “Robinson Crusoe”, non bisogna considerare il fatto che Defoe vendeva calze, aveva i capelli castani ed era stato messo alla gogna perché solo così si può apprezzare la storia. In un certo senso, la scrittrice invita a mettere da parte lo scontro soggettivo con l’autore borghese per potenziare al massimo l’intrattenimento, cioè il piacere di leggere perché la scrittura è il vero reddito dello scrittore, che produce per farsi consumare.

In questo senso, lo scrittore borghese fa il mondo, crea un habitus, cioè, per dirla con Bourdieu, “un sistema di schemi percettivi, di pensiero e di azione che persistono nel tempo”, ed è una “frazione dominata della classe dominante” che usa gli stessi strumenti della borghesia per imporre se stesso.
Interessante, quindi, lo spunto offerto da De Cristofaro e Viscardi che, però, commettono l’errore di considerare Homer Simpson come la più “inquietante incarnazione dell’ipermodernità che viviamo” senza considerare le nuovissime generazioni, nati già vampirizzati dalla cultura neoliberista, che hanno superato di gran lunga, e con cattiveria, la bestialità bonaria del capofamiglia Simpson.

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