Blocchi di Ferdinand Bordewijk, una distopia

blocchi

Ferdinand Bordewijk è diventato un nome noto nel mondo della letteratura proprio per il racconto distopico Blocchi (Blokken).

Fu fubblicato nel 1931, un anno prima del più famoso Il mondo nuovo di Aldous Huxley.

Blocchi è, come tanti distopici, soprattutto una riflessione sui regimi totalitari. Stupisce dall’inizio, quando si legge la dedica a Sergei Eisenstein e ad Albert Einstein, che lui definisce maestri dell’orrore. Entrambi, infatti, hanno modificato per sempre, rispettivamente, la comunicazione di massa e la fisica del tempo. Nel loro futuro, non c’è più morale, la religione è superflua. Hanno insomma privato gli uomini di certezze, di convinzioni a cui aggrapparsi. Tutto diventa obsoleto.

Blocchi ne è il risultato.

Una critica al modernismo spietato.

Il protagonista è, decisamente, lo Stato, in cui è facile riconoscere un regime totalitario comunista. Non esiste amore, non esiste Dio, non esiste nulla al di fuori dello Stato, in una vita che ricorda da vicino quella dei cittadini di 1984 di Orwell. Lo stato è guidato da un Consiglio composto di anonimi membri, un Consiglio che rappresenta l’ordine perfetto, l’ordine eterno.

Non ci sono personaggi con un nome, poiché l’individualità non può esistere.

“Volere qualcosa di diverso era una violazione,

fare qualcosa di diverso era un crimine.”

E qualcuno vuole, ovviamente, qualcosa di diverso. Un gruppo detto Gruppo A (dove la A rappresenta probabilmente l’anarchia) comincia a farsi domande sulla moralità dello Stato.

Come ci si aspetterebbe, la loro sede viene subito rasa al suolo, e loro vengono arrestati e condannati a morte. Subito, la base anarchica viene demolita e sostituita con dei blocchi, come il resto della città.

Dieci giorni dopo, i cinque sono giustiziati. E qui la grandiosità di Bordewijk: i rivoluzionari hanno un nome. Soltanto loro. Così, muoiono gli unici individui della storia. Individui perché pensano differentemente, perché si fanno domande, perché non accettano quello che viene loro imposto.

Tra loro c’è una donna. Questo è un aspetto fondamentale, perché per l’autore la componente femminile rappresenta la vita, la fecondità, la crescita – in breve: l’umanità, come valore. Come si capisce, Bordewijk gioca con una serie di simboli estremamente precisi. I blocchi del titolo, prima di tutto. Si riferiscono all’architettura della città – le strade sono linee diritte, tutti gli edifici spigolosi –, certo, ma anche alla filosofia estremamente pragmatica dello Stato, ai cittadini squadrati e tutti uguali. Persino il linguaggio è “angolare”, uscito da un incubo, così preciso, freddo. È Blocchi stesso che ci racconta la sua storia. Per questo non troveremo nel libro forme rotonde, considerate irrazionali.

In uno dei passi più toccanti del racconto, un prigioniero pronuncia un commovente discorso sulla forma della sfera:

“Il blocco è il vostro dio, eppure voi non potete cambiare la natura. Nelle loro scuole quadrate i vostri bambini accolgono con occhi rotondi le lezioni dei vostri princìpi spigolosi. Voi stessi, uomini, accarezzate nell’ebbrezza dei sensi le rotondità delle vostre donne […]. Voi dimenticate che la terra è rotonda, che descrive un cerchio attorno al sole i cui colori si rinfrangono nell’arcobaleno quando cadono le gocce rotonde […]. Pensate forse che i vostri cannoni sparino cubi? La mia voce passa attraverso la finestra rotonda e ovale delle vostre orecchie. Il cielo sta come una cupola sopra di voi, l’Universo attorno a voi è una Sfera. Io vedo la città del futuro come una città di cupole, una città fondata sopra un monte rotondo.”

Il messaggio di Blocchi è tutto qui: per quanto si possa tentare, mai si potrà sradicare del tutto la natura umana, mai si potrà cancellare l’individualità – e non importa quanto un Sistema tenti di spazzarla via, di distruggerla.

Forse, alla fine, quel mondo fatto di cupole arriverà.

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