Banane. Un quasi road movie per 4 attori, un cane e alcune casse sparpagliate al Piccolo Bellini

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È il titolo integrale dello spettacolo – scritto e diretto da Francesco Lagi – proposto al Piccolo Bellini di Napoli (sarà in scena fino all’11 dicembre) dalla compagnia Teatrodilina, nata per iniziativa del regista Francesco Lagi e dell’attore Francesco Colella, il quale – tra i tanti episodi della sua carriera attoriale – vanta il riconoscimento del Premio Ubu 2010 come miglior attore non protagonista per Dettagli e il Mercante di Venezia.

In scena non mancano di stupire, per espressività artistica e recitativa, anche Leonardo Maddalena, Aurora Peres e Mariano Pirrello.

Il tema conduttore dello spettacolo è legato alla strada, al viaggio, alla sua risonanza metaforica: da qui nasce l’accostamento della pièce – suggerito dal titolo – al road movie; ma anche le “banane” – che nella storia hanno una precisa funzione narrativa (Massimo, compagno di Palma, è addetto a riempire casse di banane), in virtù della forma ricurva simboleggiano la traiettoria ritorta – snodantesi in percorsi ingarbugliati – del viaggio dei protagonisti, girovaghi introversi, con abiti arrangiati e sguardi persi nel vuoto, nel vuoto sociale del ‘mondo posto ai margini’.

Pino ed Emilio, una coppia di amici inseparabili, si mettono in viaggio alla ricerca di piaceri occasionali, con i quali sperano di poter esorcizzare le frustrazioni diurne imposte dalla noia e dall’indigenza.

Il pretesto è dato dal desiderio di rincontrare Palma (di cui entrambi sono invaghiti), cugina di Pino e da lui ospitata l’anno precedente per un periodo di tempo imprecisato. Arrivati in Puglia, dove Palma vive con Massimo – uomo dal piglio polemico, pignolo e paranoico, tutto dedito alla cura di una cagnetta di nome Pigna che non può più camminare (allude, forse, il nome della cagna all’indole del padrone?)  – i due amici bivaccano nella modesta dimora della coppia, tra serate trascorse al cinema, dialoghi poveri e confusi, e partite truffaldine a Trivial; l’astio degli ospiti nei confronti di Massimo (da questi del tutto corriposto) determinerà la ripartenza dei due in compagnia di Palma che, infelice e insoddisfatta della relazione con il partner, sbalza fuori dalla gabbia domestica. Il viaggio continua con le soste dei tre in riva alla spiaggia, con momenti di effusioni spartiti dalla ragazza – sempre con sorvegliata emozione – tra l’uno e l’altro, e infine con la separazione definitiva e con la malinconia della ripartenza – questa volta in solitudine – verso nuove mete, forse ancora amaramente transitorie.

La scena è spoglia, montata di volta in volta dagli attori con cassette reimpiegate come letti, come autovettura, come sedie da salotto, poltrone da cinema, lettini per cani.

Al pavimento-scacchiera che sottende un ordine, una ratio, risponde la contromossa del ‘caso’, dell’imprevisto che, al contrario, non consente mosse predeterminate: ogni azione è decisa all’istante, l’occasione trascina il flusso dei movimenti, smuove la ‘macchina’ narrativa e orienta il viaggio di quella a quattro ruote.

Le scene sono brevi e rapide e la narrazione procede per microstorie intervallate dal buio; nel buio poi, adagio, riprende la storia, in un ritmo sincopato di pause e silenzi che ricorda “l’andamento di un film”.

Non è difficile capire di quale film si tratti, viste le convergenze delle trame e della maniera di raccontare: Stranger Than Paradise (1984), il cult movie (‘quasi un road movie’) di Jim Jarmush. Il regista statunitense immagina uno scenario popolato da poveri diavoli, immigrati di seconda generazione – e dunque ancora sospesi in un limbo identitario – che traversano l’America in lungo e in largo (muovendosi tra New York, Cleveland e la Florida) tra interni logori e dimessi, bottiglie di birra sparse qua e là, solitudini desolanti in riva al grigio mare della Florida, paradisi d’evasione da sognare (Paradise è il titolo dell’ultima sezione del film) disincanti, separazioni e infine immense, sconfinate solitudini.

 

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