Angela Di Maso vincitrice del Premio Enriquez 2018 [INTERVISTA]

Angela Di Maso, drammaturga, regista, musicista e giornalista napoletana, ha vinto il prestigioso Premio Nazionale Franco Enriquez 2018 – Città di Sirolo XIV edizione con il volume Teatro della casa editrice Guida in concorso per la categoria “Classici, Poesia, Teatro e Critica  Sez. Drammaturgia e Letteratura Teatrale”. Il premio le sarà consegnato il 30 agosto a Sirolo.

Noi dell’Armadillo Furioso, che abbiamo avuto modo di leggere il testo e di vedere sia  Il Catalogo che Ecce Virgo, condividiamo le motivazioni della giuria che riportiamo per intero:

L’autrice, musicista, drammaturga, giornalista, cultrice e docente di Storia del Teatro e Drammaturgia; e Storia della Musica e dell’Opera Lirica presso l’Università ‘Federico II’ di Napoli e l’Università Europea ‘LUETEC’, in TEATRO, raccoglie dieci testi drammaturgici da lei scritti tra il 2004 e il 2015 con lo scopo principale di indagare l’animo umano.

Testi e argomenti dal forte contenuto che esprimono una poetica cruda e crudele, attraverso cui l’autrice vuole scuotere, turbare la sensibilità del lettore/spettatore, provocandone un conflitto interiore. La catarsi.

La drammaturgia di Angela Di Maso è come una lama tagliente che, perfettamente affilata, arriva nel profondo e apre la strada verso l’inconscio, portando luce là dove alberga il buio più segreto e profondo dell’animo umano.

Il teatro della Di Maso racconta l’orrore della società, porta in scena le ossessioni dell’uomo, le sue frustrazioni, il peccato e la sua accettazione come in Ecce Virgo. Testi che affondano le loro radici nel teatro di Pinter, di Beckett ma anche di Moscato e Ruccello. Nei dieci pezzi presentati nel volume Teatro -pubblicato da Guida Editori, con introduzione di Enzo Moscato e prefazione di Pupi Avati – ciò che colpisce, come precisa Villatico su Gli Stati Generali, è l’uso scenico del linguaggio che, in scena, si arricchisce di un’ambientazione scarna e di un’idea registica simbolica che sembra seguire una partitura musicale.

Per l’occasione le ho rivolto alcune domande sul teatro e la scrittura.

 

Angela, qual è il ruolo del drammaturgo oggi?

Il drammaturgo è uno scrittore. Un poeta. Non v’è differenza alcuna tra chi scrive in prosa o in versi.

A esso si associa spesso l’appellativo di ‘artista’, ma l’artista non è chi fa arte, ma chi vive seguendo le regole dell’arte, il messaggio di bellezza e di bene che in sé è insito.

Il drammaturgo ha ben presente questi concetti e parte da essi per dare vita a personaggi che a un certo punto diventano indipendenti dal loro creatore: saranno loro stessi infatti a suggerire quale i percorsi da tessere e il finale, partendo dalla realtà che ci circonda – triste realtà – e suggerendo allo spettatore di distaccarsene. Di essere diverso. Di vivere secondo bellezza e Bene. Il suo è un ruolo quindi sociale. Etico. Morale.

Il suo è un ruolo umano e di umanità.              

Qual è la funzione sociale del teatro oggi e che necessità soddisfa?

Il teatro ha il dovere di essere catartico. Di ammonire e di gratificare. Ma soprattutto di svelare maschere, di mettere lo spettatore dinanzi alla bruttura per poi, maieuticamente, far nascere in lui la voglia di non essere come i personaggi descritti: che la sua storia abbia un fine diverso, lieto; e che lui stesso potrà fare in modo che avvenga. Giordano Bruno diceva che in noi c’è magia e ognuno di noi ha il potere divino, perché concessogli dal divino, di mutare gli eventi, di trasformare la sua vita, migliorandola. Gli basterà vedere il brutto – la disumanità – che lo circonda per fare nascere in lui la ribelle voglia di ri-nascita. Di rivalsa. 

Un tempo si scriveva di teatro per questo. Oggi quel tempo è molto malato.   

Quali autori e testi teatrali ti hanno segnata?

L’opera completa di Samuel Beckett abita la mia libreria, le mensole sparse per casa e sul mio comodino. Conosco ‘L’ultimo nastro di Krapp’ a memoria. È il primo testo che ad ogni inizio corso presento e analizzo ai miei alunni sia essi di Filosofia che di Storia del Teatro. Eppure ogni volta che lo leggo mi commuovo profondamente.

Il sentire umano, dalla frustrazione personale fino al sogno d’amore, è tutto concentrato lì dentro.

Tecnicamente, mi riferisco puramente allo stile di scrittura, è la perfezione.

Beckett era musicista e come me sapeva che tutto nasce dal suono e dal ritmo. La parola altro non è che la transcodificazione del suono.

Quanto lavoro c’è dietro ad un testo teatrale e come lo riscrivi in scena?

Nel mio caso un lavoro immane. Sono musicista e i testi nascono prima sotto forma di partiture per poi – come dicevo prima –  trasformare il suono in parola. Questo per me è molto importante perché le battute hanno un ritmo molto preciso arricchite da un’agogica severa, rigida che ne stabilisce l’andamento e le altezze, così come la punteggiatura è sacrosanta. Gli attori hanno tra le mani una partitura perfetta – nel senso tecnico – in cui tutto è segnato nei minimi dettagli. Anche il respiro e il battere delle ciglia. La costruzione registica e la direzione attoriale seguono la drammaturgia in chiave minimalista.

L’immobilità è il fulcro. Il teatro è di parola. La messinscena diventa così teatro di parola in cui è la parola stessa a creare il movimento – attraverso proprio l’andamento ritmico e agogico di cui prima dicevo – che sposta lo spettatore fermo anch’egli nella sua immobilità e nella sua ipnosi. La parola diventa ipnotica. Lo spettatore è rapito da tutto quello che ascolta e non riesce a muoversi né a distrarsi perché la musicalità data alla parola lo ha catturato.

Questo è un processo tipico nella musica medievale di cui io sono esperta studiosa e che trasferisco nella scrittura.           

È indicativo quanto gli spettatori alla fine dei miei spettacoli applaudono quasi 10 secondi – che sembrano un’eternità – dopo la fine dello stesso.

Tutti mi hanno detto che era perché sentimentalmente ‘paralizzati’ dalla parola. 

Che cosa rappresenta per te la scrittura? E il teatro?

Io sono musicista. Musica significa metodo, rigore, tecnica, severità e sacrificio.  Per me la musica e il teatro hanno eguale valore di scrittura e di esecuzione.  Tuttavia v’è differenza fra le discipline poiché nella musica non puoi improvvisarti ciò che non sei.

Il teatro, sia esso casa della prosa o della musica, è linguaggio. E il linguaggio è ‘heideggherianamente’ casa. 

Ti aspettavi di vincere il Premio Nazionale Franco Enriquez?

Ti svelo un segreto: non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo premio così storicamente importante e prestigioso, me tapina! Quando me ne è arrivata comunicazione sono rimasta sorpresa perché hanno premiato una persona che non conoscono ma che hanno conosciuto solo attraverso la sua drammaturgia.

Così, chiamai quelli del premio per approfondire e loro mi dissero che siccome erano rimasti molto colpiti dal testo premiato lo scorso dicembre al Piccolo di Milano, incuriositi hanno voluto conoscere meglio la mia poetica teatrale e ricercato tutti i miei testi, fortunatamente raccolti in una prima silloge nel mio libro ‘Teatro’, edito Guida.

‘Incuriositi’. Per giorni questo termine ha occupato la mia mente tanto da comprendere che mai accezione era più giusta poiché è la curiosità che spinge (dovrebbe, deve!) le persone – soprattutto chi scrive e studia il teatro – a interessarsi a qualcuno. E non conta se poi il giudizio e positivo o meno. No! Non conta! Quello che è importante è l’aver voluto conoscere l’altro. Spontaneamente. Senza avere pregato nessuno di darti attenzione. Senza nessuna sporcizia o interesse personale. 

A me tutto questo non solo commuove ma mi dà speranza che esistono ancora persone che hanno reso proprio quel messaggio di bellezza e di bene di cui prima dicevo.    

Angela, nella raccolta è presente solo un testo in napoletano, “L’alluce”. Pensi che l’italiano sia più efficace per la tua idea di teatro?

In napoletano io non so scrivere. Una lingua troppo difficile!

‘L’alluce’ mi venne commissionato. Lo scrissi prima in italiano e poi è stato tradotto. Il napoletano è una lingua potentissima. Penso ai testi dell’adorato Annibale Ruccello, per esempio. Credo ci voglia anche una certa predisposizione unita a un messaggio specifico che si vuole dare che io adesso non sento di avere. L’italiano mi esprime.     

Secondo te cosa cerca lo spettatore che va a teatro e cosa trova?

Il teatro ha bisogno di una controrivoluzione che depotenzia chi lo sporca. L’unico modo è quello di lasciare le sale vuote quando a esibirsi sono sempre gli stessi personaggi che vengono imposti per scopi che nulla c’entrano col messaggio teatrale e artistico. Lo spettatore non è stupido. Colto e preparato, comprende il bluff. Ergo, lo spettatore sceglie di vedere ciò e chi stima.      

   

 

 

 

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