Alexander Lonquich tra Brahms, Beethoven e Schönberg

Programma ardito, quello presentato dal pianista Alexander Lonquich nell’ambito della stagione concertistica 2019/2020 dell’Associazione Scarlatti. Ad una prima parte in cui il pianista mette a confronto il Klavierstücke Op.118 di Brahms con i Tre pezzi per pianoforte di Schönberg segue una seconda, più compatta, con l’esecuzione del Beethoven rivoluzionario del “Hammerklavier”.

Lonquich riscalda gli animi con il Rondò in sol maggiore op. 51 n.2 di Beethoven prima di far addentrare il pubblico nel suo originale processo di accostamento di due autori, formalmente distanti tra loro. In realtà, però, Lonquich, probabilmente, è partito dal saggio, “Il progressista”, scritto da Schönberg in occasione dei 100 anni dalla nascita di Brahms, per “mettere in scena” le innovazioni radicali, dal punto di vista tecnico-compositivo, del compositore tedesco che l’autore del “Pierrot Lunaire” era riuscito a comprendere a pieno.

Schönberg, infatti, sosteneva che Brahms era uno dei padri della nuova tendenza musicale del Novecento e che i prodromi di questo cambiamento era possibile rintracciarli nel Quartetto d’archi op.51., soprattutto nell’Allegro iniziale, che liquida la forma sonata, messa a punto da Haydn e Beethoven, con una serie di immagini in continua metamorfosi. E con il Klavierstücke Op.118 archivia, nel 1893, l’esperienza dei suoi predecessori per creare un testamento musicale raccolto, poi, in seguito da Schönberg anche con i “Tre pezzi per pianoforte” del 1919.

Il recital di Lonquich evidenzia tutto questo e, nella prima parte, i due autori dialogano, si confrontano, si scontrano fino a diventare un unico amalgama nell’Intermezzo finale di Brahms, in cui quasi non si scorgono più le differenze.

Pare così che, nella seconda parte, Lonquich abbia voluto segnare un limite, il confine estremo che separa la Prima scuola di Vienna dalla Seconda accendendo, però, un riflettore sulla sonata che, a detta di Beethoven, avrebbe messo a dura prova i pianisti anche cinquant’anni dopo. Lunga, piena di invenzioni timbriche, viene affrontata da Lonquich con grande stile, senza perdere niente dei cromatismi appena abbozzati, dei trilli o delle fioriture decorative.

Alla fine del concerto Alexander Lonquich viene accolto da un tripudio di applausi e saluta il pubblico napoletano con un bis di Chopin che calma gli animi dopo i passaggi più concitati e imponenti del Beethoven più temuto.

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