Accordi e disaccordi: recensione del film e trailer

Un gran personaggio e un piccolo mondo accogliente in cui muoversi ad occhi chiusi, fidando nel potere della musica più amata: di questo sembra avere bisogno il signor Allen, che gira (quasi in sordina, circondato dalla falsa benevolenza che si accorda agli anziani maestri) il suo film migliore da Pallottole Su Broadway. Emmet Ray, il virtuoso della chitarra di cui il film ricostruisce la vicenda umana e artistica (nella forma del falso documentario), è un eroe atipico della filmografia alleniana: uno spaccone sciupafemmine dalle numerose debolezze (è alcolista e persino cleptomane), magistralmente incarnato da un attore ai massimi livelli della carriera, Sean Penn. Nei personaggi femminili ritroviamo la mano che ha disegnato Annie e Alice: Hattie, la ragazza muta che rompe la corazza di cinismo del grande chitarrista, è la donna fragile e trasognata che attraversa con passo danzante tutto il cinema di Woody Allen, mentre Blanche (interpretata da Uma Thurman) ripropone in termini caricaturali certe asprezze che il regista newyorchese volentieri assegna alle donne più cerebrali dei suoi film.

Il tono del racconto è letterario e musicale insieme, con grande attenzione per il dettaglio scenografico; non dimentichiamo che si tratta di un film ad alto budget che ricrea gli ambienti delle maggiori città americane negli anni Trenta. La scrittura risulta efficace nella misura in cui serve il personaggio e non l’autore (come accadeva spesso negli ultimi film): consideriamo che in tutta la parte in cui Emmet ha una relazione con Hattie, Penn deve sostenere da solo un dialogo che ha dei momenti intensi e drammaticamente compatti, senza quella ricerca della gag isolata o della battuta da antologia che i fans si aspettano. Il film ne guadagna in coerenza, ed eccoci alla musica, altro contributo fondamentale in questa direzione, ed anche elemento autoreferenziale in un discorso “d’autore” (chi ha visto anche solo un film di Woody Allen sa della sua predilezione assoluta per la stagione swing del jazz).

La macchina da presa stringe sul primo piano di Sean Penn impegnato in un’esecuzione difficile, quindi scende senza stacchi ad inquadrarne le mani che sfrecciano sulle corde: è il cinema “morale” caro al teorico francese Andrè Bazin, per il quale un’azione deve essere ripresa in continuità, senza “ingannare” lo spettatore (bisogna vedere se Bazin perdonerebbe il fatto che le performance siano in realtà eseguite dal chitarrista jazz Bucky Pizzarelli). In ultima analisi, Accordi e Disaccordi offre allo spettatore il lato più raffinato di un autore eclettico, ben assecondato da un ottimo direttore della fotografia come Zhao Fei (del quale basta dire che ha lavorato con Chen Kaige ne L’Imperatore e L’Assassino): e il movimento di macchina complesso, sinuoso, che riproduce la scena di seduzione del “tradimento” di Blanche è un pezzo di bravura impressionante che avvicina in un’unica soluzione di ripresa i due attori lontani nel salone di un night club, mediante una combinazione di panoramiche rapidissime e meditati carrelli; non sfuggirà allo spettatore il legame di questi virtuosismi con quelli musicali dello stralunato Emmet Ray. Leggerete ovunque, sul film e sul suo regista, chiacchiere benevolenti e comprensive (“un Woody Allen minore, ma di gran gusto”): ignoratele, ché di cose come Accordi e Disaccordi, in una stagione, se ne vedono pochissime.

Accordi e disaccordi: il trailer del film

Articolo di Luca Bandirali (reVision)

Manfredi

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