21 grammi: recensione del film di Alejandro González Iñárritu

All’inizio c’è il passato che ha le sembianze del presente, più volte interrotto da un presente che ha le sembianze del passato. Il tempo non ha una collocazione specifica fino a quando, a metà film, tutto torna, e mentre ciò accade nemmeno per un istante il tempo sembra avere importanza. La consequenzialità temporale rimane un gioco inquietante, una sorta di sfondo su cui il dramma umano proietta l’eterno e infinitesimale movimento tra la vita e la morte, confine dove lo ieri, l’oggi e il domani sospendono il loro dispiegarsi, sfuggono al controllo umano, e si cristallizzano in un non tempo.
Iñárritu è amante della casualità, delle esistenze condivise nel dolore, apparente paradosso del significato del passaggio terreno, apice nel nostro considerare la pienezza della vita. Iñárritu è amante del tempo che si prende la rivincita sulla sua percezione razionalizzata, imbrigliata entro griglie prestabilite da una umanità in lotta contro il caos, perché le sue storie sono collocate in un altrove che non si accontenta del percepibile quotidiano, di cui comunque si nutre, ma cerca una posizione alta e altra rispetto all’uomo stesso, un essere impossibilitato a dare autonoma forma alla propria vita. Il destino, il disegno che sfugge al controllo, l’evento o gli eventi che determinano le nostre vite, ci portano molto spesso laddove non vorremmo mai trovarci.

Come in Amores Perros, a determinare l’incontro di tre vite completamente diverse è un terribile incidente d’auto, la morte per investimento di un uomo e delle sue due bambine. Un evento ripetuto molte volte, ognuna in modo diverso, secondo una prospettiva diversa.
Paul (Sean Penn) è un professore di matematica in lotta con il suo cuore malandato, il cui matrimonio con Mary (Charlotte Gainsbourg) ha trovato momentanea stabilità nella sua malattia. Cristina (Naomi Watts) è un ex tossicodipendente la cui vita famigliare scorre felicemente insieme a suo marito Michael (Danny Houston) e alle sue piccole figlie, una casalinga appagata e dedita al nuoto. Jack (Benicio Del Toro) è un ex delinquente che ha trovato in Gesù Cristo la salvezza, il tramite per rifondare la sua vita e dargli forma visibile, una cristianità vissuta senza compromessi e a cui dedica il suo tempo, diviso con una famiglia dall’andamento precario non solo dal punto di vista economico.

L’evento per eccellenza cancella la vita famigliare di Cristina, interrompe il cammino di redenzione di Jack, sconvolge il recupero della vita di Paul. Tre aspiranti redenti che troveranno la vera redenzione nella catarsi dell’altrettanto drammatico epilogo, mentre le loro esistenze tornano al punto di partenza. Dei tre, l’aspirante redento per eccellenza rimane Jack, desideroso di infinite punizioni, di portare il peso dell’orrore umano in solitudine, sostanzialmente ricercando una empatia con quel Cristo da lui tanto venerato. Quei 21 grammi – si dice sia il peso che perdiamo in morte – rimangono presenti per tutta la storia come un monito, come un appuntamento, come un ulteriore passo inevitabile.

Realizzato con la stessa troupe di Amores Perros, 21 Grammi si svolge in profondità prendendo il pubblico non solo grazie al rebus temporale, ma soprattutto tramite il riuscito sviluppo di un insieme dove le scelte stilistiche rimangono sostanzialmente impercettibili e in cui l’equilibrio tra le parti si mantiene sino alla fine. Dalla grande bravura degli attori ad una fotografia che guida alla diversa visione dei momenti – più sgranata nei momenti di sparcellizzazione degli accadimenti, più nitida in quelli amalgamati dalla serenità -, da una camera a spalla in ricerca ma anche giustificatamente in attesa, sempre comunque discreta, ad una luce dichiarante la specificità dei personaggi e del loro ambiente – senza emergere con il generale eccesso con cui questo procedimento è solito farsi -, 21 Grammi è il pregevole risultato dell’interazione, senza un attimo di scollamento, di ogni elemento che lo compone.
Un film complesso e completo, importante e meritevole di attenzione, non un capolavoro (ma quanti ne possono esistere?), un film che sicuramente reggerà la distanza migliorando con il tempo, con la prospettiva del poi. Per questo rimane inspiegabile la pressoché fredda accoglienza riservatagli in Italia. Misteri delle nostre affollate e spesso distratte visioni riservate, dove il giudizio perde a volte il valore che la sala dei mortali riesce a mantenere intatto? Chissà, eppure qualcosa sfugge.

Articolo di Emanuela Liverani (reVision)

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