10 anni dopo Le False Confidenze

 

le false confidenze

Per festeggiare i trent’anni della Sala Assoli, Toni Servillo e Andrea Renzi  hanno proposto  la proiezione di uno spezzone di un racconto-filmato girato dal giovane assistente alla regia Tommaso Pitta  nel 2005, durante le prove dello spettacolo teatrale  Le False Confidenze di Pierre Marivaux.  Una sola serata, quella di  Sabato 14 novembre, in cui Renzi e Servillo, assieme ad Angelo Curti di Teatri Uniti, scelgono di porgere omaggio alla Sala, riconoscendole all’unanimità il preponderante ruolo di gymnasum negli albori del loro processo di formazione artistico-professionale.

Sedendosi sugli spalti nella Sala Assoli  si percepisce un’atmosfera calda e distesa e lo spazio appare affollato come poche volte. Accomodato in platea c’è un pubblico già entusiasta, di  pochi giovani e troppi  esponenti della post middle-age class,  in cui si contano numerosi volti fra quelli che, una volta,  avevano sicuramente fatto parte dei  fedelissimi del  vecchio théatre avant-gardiste.

Les Fausses Confidances dopo un primo allestimento nel ’99 venne nuovamente riproposto nello spazio dei Quartieri Spagnoli nel 2005, con un cast di attori da brivido: Anna Bonaiuto, Gigio Morra, Andrea Renzi, Betti Padrazzi, Monica Nappo, Salvatore Cantalupo, Francesco Silvestri, lo stesso Toni Servillo e tanti altri. L’ossimorico allestimento del classico della letteratura francese nel pieno cuore dei Quartieri  ritorna così nella Sala Assoli dieci anni dopo, sottoforma  di filmato, recuperato e restaurato dopo anni di oblio, rendendo testimonianza di quei golden years  del teatro napoletano.

La ripresa dello spettacolo ripropone un congegno di geometrica perfezione settecentesca, rispolverato dalla patina di repertorio e esaltato nei suoi dialoghi scoppiettanti e ritmati da grandi interpreti del panorama attoriale italiano.  I tre atti della messinscena sono scanditi da rulli di batteria che come un metronomo fanno sentire lo scorrere del tempo. Lo spettacolo, creato su misura per la Sala Assoli, faceva sì che il pubblico a pochi metri dagli attori entrasse, come in un’allucinazione collettiva, nell’intimità di un appartamento settecentesco, vivendo l’illusione e l’incanto delle stanze drappeggiate di velluto e dei costumi d’epoca.  L’architettura della sala risultava piegata alle necessità del testo, ma grazie all’artificio scenico vi entrava dentro, rendendolo ancora più interessante.

Questa piacevole piéce, perfetta in ogni sua sfumatura, dai costumi di Ortensia De Francesco al suono di Daghi Rondanini, si configurava come il terzo tassello della trilogia dedicata alla drammaturgia francese di Servillo, dopo il grande successo ottenuto per Il Misantropo e Il Tartufo di Moliére e costituì senza dubbio  una sorta di preludio alla goldoniana Trilogia della Villeggiatura.

Lo spettacolo racconta con toni frizzanti e divertenti l’intricata vicenda del  giovane e squattrinato Doriano (Andrea Renzi) che, grazie all’astuzia e ai giochi psicologici  del suo stratega e servitore Dubois (Toni Servillo), riesce a conquistare il cuore dell’ingenua e ricchissima vedova Araminte (Anna Bonaiuto). Resta volutamente non dissipato nel pubblico il dubbio che Doriano ami davvero la bella dama o sia più sinceramente attratto dal ricco patrimonio di lei. La piéce affronta il sempre attuale tema  del rapporto  Amore-Interesse con una squisita leggerezza  mozartiana, grazie  anche agli effervescenti dialoghi, montati con sapiente equilibrio e coscienza dei tempi scenici.

La messinscena non appare particolarmente intaccata in efficacia dalla proiezione. Non si perde l’intensità del lavoro, grazie anche ad una strepitosa prova attoriale di Anna Bonaiuto, Betti Padrazzi  e Toni Servillo, e alla buona interpretazione generale degli altri attori, che per la loro levatura, riescono a far pervenire parte di quella magia che si doveva respirare dal vivo.

Lasciando la sala non si può non pensare a quanto sia cambiata in dieci anni l’idea di avanguardia. Ma, sebbene ci si possa sentire lontani da una tale operazione culturale, si ha la netta sicurezza di aver assistito a qualcosa di bello nel proprio genere, che, grazie a una magistrale regia, risulta perfettamente funzionante e che rassicura il pubblico seduto sulla propria poltrona. Ma se da una parte non si può negare la qualità del lavoro, dall’altra ci si sente sempre un po’ insoddisfatti. La bellezza delle cose che risultano perfette è indubbia, ma non gratifica quanto quella delle cose sublimi che, con il loro contrasto, restituiscono una bellezza più sincera.

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